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Archivio mensile:aprile 2010
Il corpo sta alla terra

Il corpo sta alla terra come il cuore all’addio
bestie intrecciate che si appartengono per destino
nonostante la lotta.
Prima si perde il sonno, poi i capelli, poi
tante parole fino a io, quella che tiene tutto.
Dopo dilaga l’urlo che stava quieto per educazione,
si rende l’anima al cielo da cui cadde – sei animale,
sei pronto.
C’è un ordine, in ogni morire, che conquista.
Di che cosa ragiono? Più di nulla,
prevedo i temporali,
lascio che l’autunno mi riguardi, resto fuori,
faccio equazioni fino all’alba
tra un’aquila e uno specchio, scommetto
di tramutare un sasso nel sasso di sempre
sotto gli occhi degli altri,
che ogni cosa sia la stessa cosa se la guardo.
Sento che è poco,
voglio che sia meno.
Sognare un ago immenso che cuce inutilmente il cielo
Silvia Bre, Marmo
Abito un dolore – Poema polverizzato
Jerry Uelsmann

Non smettere di dirigere il tuo cuore verso quelle tenerezze parenti dell’autunno
al quale esse prendono in prestito la loro placida andatura e l’affabile agonia.
L’occhio si riempie presto di rughe. La sofferenza conosce poche parole. Scegli
di andare a dormire senza pesi: sognerai che la tua casa non ha più vetri. Sei
impaziente di unirti al vento, al vento che attraversa un anno e una notte. Altri
canteranno l’incoroporazione melodiosa, la carne che non personifica più che la
stregoneria della clessidra. Condannerai la gratitudine che si replica. Più tardi
ti identificheranno come un gigante disgregato, signore dell’impossibile.
Eppure.
Non hai fatto che aumentare il peso della tua notte. Sei tornato alla pesca delle
muraglie, alla canicola senza estate. Sei furioso contro il tuo amore al centro di
un’intesa che sconvolge. Pensi alla casa perfetta che non vedrai mai costruire.
A quando la raccolta dell’abisso? Ma hai cavato gli occhi al leone. Credi di
veder passare la bellezza sopra la lavanda nera …
Chi ti ha sollevato, una volta ancora, un pò più in alto, senza convincerti?
Non esiste un seggio puro.
trad. di Blumy
J’habite une douleur – Le poème pulvérisé, Renè Char

Ne laisse pas le soin de gouverner ton coeur à ces tendresses parentes
de l’automne auquel elles empruntent sa placide allure et son affable agonie.
L’oeil est précoce à se plisser. La souffrance connaît peu de mots.
Préfère te coucher sans fardeau: tu rêveras du lendemain et ton lit te sera léger.
Tu rêveras que ta maison n’a plus de vitres. Tu es impatient de t’unir au vent,
au vent qui parcourt une année en une nuit. D’autres chanteront l’incorporation
mélodieuse, les chairs qui ne personnifient plus que la sorcellerie du sablier.
Tu condamneras la gratitude qui se répète. Plus tard, on t’identifiera à
quelque géant désagrégé, seigneur de l’impossible.
Pourtant.
Tu n’as fait qu’augmenter le poids de ta nuit. Tu es retourné à la pêche
aux murailles, à la canicule sans été. Tu es furieux contre ton amour au
centre d’une entente qui s’affole. Songe à la maison parfaite que tu ne verras jamais monter. A quand la récolte de l’abîme? Mais tu as crevé les yeux du lion.
Tu crois voir passer la beauté au-dessus des lavandes noires…
Qu’est-ce qui t’a hissé, une fois encore, un peu plus haut, sans te convaincre?
Il n’y a pas de siège pur.
René Char
la tradurrò quando avrò tempo e voglia
Jorge Boccanera

L’ape agitata sulla testa del gufo in sosta
sul cappello della bambina che cammina
sulla groppa del cavallo che galoppa
lungo la strada polverosa.
Però, in verità
l’ape, il gufo, la bambina e il cavallo
sono immobili figure,
a correre,
selvaggia,
è soltanto la strada.
Baci
la vita non è
il volto né il pianto del volto
né la mano né il colpo della mano sul volto
né il viaggio della mano né la sterile fuga del volto
è il filo di sangue che esce dalla tua bocca.
Ho nidificato
Silvano Braido

Con ferocia ho nidificato
dentro una casa piena di rughe
di rune ruscelli piccoli laghi
storie di navi che salpano
portandosi via un volto una voce
qualcuno in gennaio
che senza avvisarmi partiva
lontano lontano in quel dove
io annaspavo fluttuavo
e ancòra ondeggio mi lascio
predare ogni giorno ogni anno
degli anni dei giorni i ricordi
che stanno a mezz’aria a colori
acquarelli cortometraggi
dove la fine è l’inizio
e dove io torno bambina
appesa a una mano
che non è la sua.
Io cerco mia madre.
E vorrebbero portarmi via
dalle mie ragnatele dal buio
dove cammino sonnambula
sveglia. Ah, lasciate che ancòra
non salpi. Lasciate qui l’àncora
dei miei cinque anni.
Blumy
13 giugno 1981
Silvano Braido

Intrufolato ecco com’ero
Come caduto giù dall’albero
E conficcato spina improvvisa
Nel fianco della terra
Cieco alla luce
Solo battito e il filo delle voci
Mentre prima battuta è la certezza
Che la sua mano tiri fuori
Il corpicino dal suo guanto umido e freddo
E sono inquieto ed impaziente
MI assesto nel mio varco
E scalcio
E poi passa di qua
Il signore del tempo
E mi rammenta che ho una dimensione
A me che ho solo 7 anni
E non ci sono dita per le dita
Né cavi tesi sopra un ponte
Fra la mia solitudine e lo stento
Dio che spavento.
Non posso, non ho strumenti, non ho protesi né ganci
Passeggio in affannoso solco
E guardo solo sbieco
Quello che mi riguarda sottolinea
La ferocia della mia impotenza
Figlio comprendo Padre accolgo
Persino la ferocia di lasciar andare
E’ buio piano senza note
Le voci si confondono
C’è una stanchezza che mi rode
Sono lo scricciolo senz’ossa
Il corpicino
Son l’ombra di un bambino
Passan le ore e sento il vento sulla pelle
Si apre questo spazio intorno all’epidermide
Non ho ferite sono aperto
Alla consegna della voce e della mente
Vedo le ombre farsi gialle e arancio
I suoni dell’esterno confondersi ad un pianto
Che non è mio e non odo
Mentre voi fuori mi tenete al filo della modernissima potenza
Mi lascio scender leggerissimo
Nella bellezza — Non è niente
Precipito rallento infine plano
C’è il cielo sotto il mondo
E tu che ascolti
dillo al Padre e dillo piano.
Nerina Garofalo
Lui

Il suo dolore pende come un cuore dall’albero di confine
—— fiorito di stelle.
Riflette il vento infinito.
Si nutre delle differenze lunari e vola lassù all’alba.
Quando si distenderà le acque si distenderanno con lui,
e tutto ciò che cammina a tutto ciò che sta fermo, e dorme
—- nel tuono.
E’ per lui che il salice sanguina.
Cercalo lassù nel piatto nero del cielo sul Pcifico del nord,
libero nel suo abito di luci,
sollevato, disteso e distante.
Charles Whright
Fiabe d’aprile
Eveline Frings

dentro la bocca ci sono cappelli
castelli piccoli serpentelli
quasi sempre addormentati
dentro la bocca stanno le scale
meraviglie della torre regina
ch’è chiusa (forse socchiusa)
le mani le mani sono legate
intorno tutto è franato
la piccola donna di terra
si sta sgretolando e polvere
povera dentro un castello
custodito da vecchi lupi
ciechi sonnacchiosi
* * *
non sono mai tornata.
sono rimasta in quel tempo
che il tempo gelosamente porta via.
flash suoni immagini migrano
nelle galassie della memoria
proiettano sui muri le ombre
di quello che è trascorso.
la nave è passata roboante sul fiume
e ne rimane l’eco vaga reiterante
che muore sul mio corpo di trent’anni.
* * *
la bambina muta apre la bocca
e, premendosi al centro della pancia,
muove le labbra e ne fa uscir parole.
là nel cortile, da una finestra spalancata,
una musica si tuffa a carezzarla,
la bambina le manda baci con le mani
e infila una parola dietro l’altra
per farne una canzone
Blumy
Neve
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Se noi, come siamo, siamo polvere e la polvere, com’è certo,
risorge,
allora risorgeremo, e ci raduneremo
nel vento, nella nuvola, e saremo il loro effluvio,
una cascata di cose nella cascata del mondo, e scivoleremo
fra i rami puntuti e le giunture schiantate dei sempreverdi,
formiche bianche, formiche bianche e le piccole nervature.
Charles Whright
Diario di myosotis – da Kimerik
Dolce
e bella come soltanto le gatte sanno essere. Discreta pur nel chiedere da mangiare, come una piccola accattona, ai passanti che la guardavano dall´alto, frettolosi.
C´era sempre qualcosa per lei: un pezzo di carne,metà fettina lasciata nel piatto, dei croccantini.
Lei correva e divorava tutto, quasi dicendoti grazie. Dolce, si, dolcissima, come soltanto le gatte sanno essere.
La ragazza del negozio di corsetteria l’ aveva adottata, come me si prendeva cura di lei.
Un intervento da 300 euro per toglierle quel gonfiore letale che la faceva sembrare gravida.
E poi, quell´enorme contenitore d´acqua, lei indifesa, incapace di salvarsi.
La ragazza del negozio racconta tutto in fretta, quasi voglia liberarsi del dolore.
Io non voglio più ascoltarla, esco come un gambero, con un piccolo vuoto che si apre dentro.
23/07/2005
Da Giovanna
Squilla il telefono. E’ Tonio che chiede a che ora può venire. – Sei – dico con le dita a mia madre. Alle sei, risponde mia madre al telefono.
Alle sei lui arriva, con la camicia rosa e gli occhi neri. C’è una poesia antica, nei suoi occhi. Ciao, mi dice. Ciao, gli rispondo. Sta lì, nella sua sedia accanto alla mia e non dice niente.Io guardo all’esterno la sera che scende con le sue stelle, tra i fiori del giardino, sui tetti delle case, tra i rami degli alberi. La malinconia della sera mi afferra e le ore più fredde mi penetrano nella testa e nel petto. Hai freddo?, mi chiede Tonio. Si, rispondo. Lui parla e io lo sento lontano, lo vedo boccheggiare stupidamente e non ascolto ciò che dice, impallidisco, mi metto le mai tra i capelli e sento salirmi dal petto alla gola un urlo afono: bastaaaaa ! vorrei urlare. Spalanco la bocca e la richiudo e l’urlo rimane dentro il pozzo del mio silenzio. Grosse lacrime inutilmente represse mi inondano il viso. Vai via, gli dico. Lui mi guarda con occhi che domandano: perché, Giovanna, perché mi mandi via?
Non riesco a frenare il pianto né la rabbia. Ho freddo, tanto freddo, le cose sono tutte fatte di gelo, è soltanto novembre ma io sento la neve; la luce delle stelle mi fa male agli occhi , la testa mi pesa. Che cos’è la vita se non posso alzarmi se non posso gridare se sono incatenata a questa sedia a rotelle, che cos’è la mia vita?
Non voglio più vederti, vai via, và via , dico a Tonio con l’indice teso, tremante. – Non mandarmi via – Io lo guardo e nel mio sguardo non c’è appello ma soltanto un fiume inarrestabile di lacrime. 
Tonio abbassa il capo e esce.
24/06/2005
myosotis
Il colle Rosmarino
è a pochi passi da casa mia. Eppure , ormai , non riesco più ad andarci come vorrei, come facevo un tempo, quando là dentro, in quell´immenso bosco che cinge il colle e la cima , vedevo l´alternarsi delle stagioni, dei fiori, il rimpiattino degli uccelli sui rami altissimi dei pini e sui cespugli e mi sentivo viva e felice.
Ogni mattina andavo là e correvo o mi appendevo ad un ramo lasciandomi dondolare oppure mi ci arrampicavo sopra, guardando dall´alto, come un animale selvatico, tutto quel verde a perdita d´occhio.
Oggi il colle è diventato ancora più bello, è diventato un parco incantato. Con i fiori sono sbocciate fontanelle d´acqua, parchi giochi per bambini, panche e tavoli per fare picnic, punti fitness e dei laghetti artificiali dove ancora non abitano ranocchi.
L´hanno inaugurato sabato scorso e, spero, non venga distrutto dai soliti criminali che portano via rami e interi alberi per farne legna da ardere. Spero non l´incendino. Spero che i droghini vadano altrove.
In questa città in cui spesso soffiano i venti dell´ Africa, il colle Rosmarino è un piccolo miracolo che deve rimanere vivo perchè tra i suoi alberi e l´odore buono della campagna, i sogni sono ancora possibili.
Tutto,
qui, si trova in una sorta di equilibrio precario: improbabili torri di libri, castelli di scatole vuote, giornali fogli quaderni documenti bollette ricordi…
Ogni tanto qualcosa rovina per terra o viaggia per i corridoi in virtù dei miei spostamenti e della mia capacità di camminare al buio.
Gli oggetti che cadono, che fanno parte di me, sono la rappresentazione delle mie continue cadute.
Io sono colei che inciampa e cade e, contemporaneamente, sono il pozzo dentro il quale annaspo, non so bene se attirata da ciò che non si vede e che rappresenta l´altro al di fuori di me, oppure se mi lasci andare, con deliberata miopia, verso il nulla che sono (l´altro all´interno di me).
26/04/2005
In libreria
incontro, oltre alle mie amiche, persone come me, innamorate dei libri. Ma la scrittura è arte ed è quindi imparentata con le altre forme d´arte. Così, talvolta, mi è capitato di incontrare personaggi particolari. Tempo fa, entrando, una figura d´uomo massiccio, con un cappello ed un cappotto nero ed una sciarpa rossa, attirò la mia attenzione. Aveva qualcosa di felliniano. Chiedeva del suo libro, dov´era, se era stato venduto. Io lo presi e lo sfogliai, dopo che mi indicò il colore.
Era un pittore. Il suo era un libro d´arte in cui, per la prima volta, accompagnava le immagini con commenti suoi.
´L’ aspetto a Calasetta, signora, nella mia galleria´, mi disse.
Possiede una collezione di centomila quadri.
Prima o poi ci andrò. Ci andrò. Sicuro.
L´altro ieri, invece, una giovane signora con i capelli ricci, vestita con dei pantaloni a pinocchietto pieni di colori, simpatica ed estrosa, ha acquistato parecchi libri che aveva ordinato tempo fa e, nel frattempo, parlava con me e scherzava con la figlia di Simona: si vedeva che amava i bambini e sapeva come trattarli. Pensai fosse un´insegnante. Invece si occupa di teatro.
C´è, qui, un teatro giovane che si chiama ´teatro del sottosuolo´ ed ha un nome che mi piace, per quel richiamo a Dostojeskij, e lei è un´organizzatrice.
Quando vado via dalla libreria non mi porto dietro soltanto libri.
23/04/2005
myosotis
All´inizio,
quando si comincia a prender confidenza con il computer e con Internet, le prime esperienze che si fanno sono i giochi e le chat.
Mi piaceva tantissimo giocare e, se i viodeogames non compromettessero la buona salute del computer, credo che continuerei a giocare.
Durante un colloquio d´assunzione, un Direttore mi domandò quali fossero i miei hobbies. Li elencai e non omisi i videogames. Sono totalmente d´accordo con lui quando, sorridendo, affermò che sono uno stimolo per l´intelligenza.
Per me furono anche altro.
Sei anni fa, quando mia madre se ne andò, non avevo altro che spaccarmi la testa con un gioco difficilissimo, perchè il pensiero si allontanasse completamente dal vuoto improvviso che si era creato e si concentrasse fino ad esplodere in una lotta tra eroi e malvagi.
E poi, la chat. Cinque, sei anni fa, attraverso una chat, conobbi un poeta meraviglioso (gli altri li conobbi in seguito nei forum che frequentavo) che oggi, purtroppo, ho perso di vista. Oggi chatterei soltanto con persone come lui.
Mi è rimasta questa sua splendida poesia:
Eri voce inobliabile.
Ora ricordo di un pianto buono
nell´autunno opaco.
Ora subiscono i giorni
l´uguale monotonia
e l´anima è foglia
che il tempo scarnifica.
Pure se, dall´ombra,
una voce mi chiama,
il cuore ha un sobbalzo
e torna l´antico amore
a squassarmi le viscere.
Allora cerco disperatamente
un poco di certezza
per legare la vita
a un approdo terreno.
A.G.
28/03/2005
In libreria
mi è capitato un libro di Veltroni. Giorni fa avevo proprio letto la recensione di quel libriccino e m´aveva incuriosito. Forse, avrei fatto come lui. Se, anch´io, su un muro di una città – fosse anche la mia – avessi letto una frase simile: ´Te amo, papà. Patricio´, non avrei certo continuato a camminare indifferente. Spesso cammino senza vedere quello che ho attorno. Alberi, cespugli, fiori, finestre,strade, e persino persone.
Ma una frase così si sarebbe stampigliata negli occhi e nel cuore.
Ho preso il libriccino di Veltroni e ne ho letto quasi la metà (posso farlo: la libreria è gestita da mie amiche). Mentre Maria Teresa frugava tra i libri e faceva resoconti o ordini, io leggevo e commentavo a voce alta: ´non avrei mai sospettato che Veltroni fosse un poeta, Terè. E poi, ha la faccia di un buono. No, no, pensavo che i politici scrivessero solo saggi, questo Veltroni ha l´anima di un poeta, davvero!´
E così, come mi succede quasi sempre, sono andata via con quel libriccino ed un altro che racconta di un bambino che, dal ventre della madre, prima ancora di nascere, legge il passato di tutta la famiglia.
Ho riso divertita con Maria Teresa , dimenticandomi per un attimo la terribile morte di Tonio, il viaggio di Laura con quel peso sul petto, il pensiero di quella lacerazione improvvisa anche se, in qualche modo, annunciata da sempre.
25/02/2005
Crisòtemi

Di pomeriggio tardi, inverno e estate, nel giardino, o qui alla fine-
stra, sotto
l’influsso della stella della sera, sollevavo la mano sinistra
a sfiorarmi le labbra, lentamente, con cura, distrattamente, torno
torno,
come per aiutare il formarsi d’una parola sconosciuta o come
dovessi
inviare a qualcuno un bacio procrastinato.
A quei tempi,
spesso, passeggiando da sola in giardino, capitava
che mi s’avvicinasse alle spalle senza far rumore la luna, e d’im-
provviso
mi tappasse con le mani gli occhi domandando: “Chi sono?”.
“Non so, non so”, rispondevo perché lo richiedesse.
Ma lei non ripeteva la domanda. Disserrava le dita. Mi voltavo.
Faccia a faccia, noi due. La sua guancia fresca
contro la mia guancia; e il suo sorriso pieno – glielo strappavo e
via di corsa;
lei mi rincorreva intorno alla fontana.
Una notte
mi sorprese sul fatto mia madre: “Con chi stai parlando?”.
“Rincorrevo il gatto per impedirgli di mangiare i pesci rossi”, ri-
sposi. “Stupida”,
disse mia madre; “non crescerai mai”. Proprio in quel mentre,
il gatto mi si strusciò davvero sui piedi. Un grande pesce rosso
si lanciò fuori dalla fontana. Il gatto l’afferrò
e si nascose tra le rose. Gridai. Lo rincorsi –
(temevo che mi mangiasse una mano della luna); mia madre mi
credette.
Avviene sempre così. Non sappiamo più come comportarci,
come parlare, a chi, e che cosa dire. Restiamo soli
con invisibili travagli, in guerre invisibili, senza vittoria né sconfitta,
con una moltitudine di invisibili nemici o, semmai, di ostilità. E
nel contempo
con una folla d’alleati – invisibili anch’essi – come la luna
del vecchio giardino, come il pesce rosso e perfino il gatto.
[...]
Jannis Ritsos