Le ultime lune

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Il corpo sta alla terra

Il corpo sta alla terra come il cuore all’addio
bestie intrecciate che si appartengono per destino
nonostante la lotta.
Prima si perde il sonno, poi i capelli, poi
tante parole fino a io, quella che tiene tutto.
Dopo dilaga l’urlo che stava quieto per educazione,
si rende l’anima al cielo da cui cadde – sei animale,
sei pronto.
C’è un ordine, in ogni morire, che conquista.

Di che cosa ragiono? Più di nulla,
prevedo i temporali,
lascio che l’autunno mi riguardi, resto fuori,
faccio equazioni fino all’alba
tra un’aquila e uno specchio, scommetto
di tramutare un sasso nel sasso di sempre
sotto gli occhi degli altri,
che ogni cosa sia la stessa cosa se la guardo.
Sento che è poco,
voglio che sia meno.
Sognare un ago immenso che cuce inutilmente il cielo

Silvia Bre, Marmo

Abito un dolore – Poema polverizzato

Jerry Uelsmann

Non smettere di dirigere il tuo cuore verso quelle tenerezze parenti dell’autunno
al quale esse prendono in prestito la loro placida andatura e l’affabile agonia.
L’occhio si riempie presto di rughe. La sofferenza conosce poche parole. Scegli
di andare a dormire senza pesi: sognerai che la tua casa non ha più vetri.  Sei
impaziente di unirti al vento, al vento che attraversa un anno e una notte. Altri
canteranno l’incoroporazione melodiosa, la carne che non personifica più che  la
stregoneria della clessidra.  Condannerai la gratitudine che si replica. Più tardi
ti identificheranno come un gigante disgregato, signore dell’impossibile.

Eppure.

Non hai fatto che aumentare il peso della tua notte. Sei tornato alla pesca delle
muraglie, alla canicola senza estate. Sei furioso contro il tuo amore al centro di
un’intesa che sconvolge. Pensi alla casa perfetta che non vedrai mai costruire.
A quando la raccolta dell’abisso? Ma hai cavato gli occhi al leone. Credi di
veder passare la bellezza sopra la lavanda nera …
Chi ti ha sollevato, una volta ancora, un pò più in alto, senza convincerti?
Non esiste un seggio puro.

trad.  di Blumy

J’habite une douleur – Le poème pulvérisé, Renè Char

Ne laisse pas le soin de gouverner ton coeur à ces tendresses parentes
de l’automne auquel elles empruntent sa placide allure et son affable agonie.
L’oeil est précoce à se plisser. La souffrance connaît peu de mots.
Préfère te coucher sans fardeau: tu rêveras du lendemain et ton lit te sera léger.
Tu rêveras que ta maison n’a plus de vitres. Tu es impatient de t’unir au vent,
au vent qui parcourt une année en une nuit. D’autres chanteront l’incorporation
mélodieuse, les chairs qui ne personnifient plus que la sorcellerie du sablier.
Tu condamneras la gratitude qui se répète. Plus tard, on t’identifiera à
quelque géant désagrégé, seigneur de l’impossible.

Pourtant.

Tu n’as fait qu’augmenter le poids de ta nuit. Tu es retourné à la pêche
aux murailles, à la canicule sans été. Tu es furieux contre ton amour au
centre d’une entente qui s’affole. Songe à la maison parfaite que tu ne verras jamais monter. A quand la récolte de l’abîme? Mais tu as crevé les yeux du lion.
Tu crois voir passer la beauté au-dessus des lavandes noires…

Qu’est-ce qui t’a hissé, une fois encore, un peu plus haut, sans te convaincre?

Il n’y a pas de siège pur.

René Char

la tradurrò quando avrò tempo e voglia

Jorge Boccanera

L’ape agitata sulla testa del gufo in sosta
sul cappello della bambina che cammina
sulla groppa del cavallo che galoppa
lungo la strada polverosa.

Però, in verità
l’ape, il gufo, la bambina e il cavallo
sono immobili figure,
a correre,
selvaggia,

è soltanto la strada.


Baci

la vita non è
il volto né il pianto del volto
né la mano né il colpo della mano sul volto
né il viaggio della mano né la sterile fuga del volto

è il filo di sangue che esce dalla tua bocca.



Ho nidificato

Silvano Braido

Con ferocia ho nidificato
dentro una casa piena di rughe
di rune ruscelli piccoli laghi
storie di navi che salpano
portandosi via un volto una voce
qualcuno in gennaio
che senza avvisarmi partiva
lontano lontano in quel dove
io annaspavo fluttuavo
e ancòra ondeggio mi lascio
predare ogni giorno ogni anno
degli anni dei giorni i ricordi
che stanno a mezz’aria  a colori
acquarelli cortometraggi
dove la fine è l’inizio
e dove io torno bambina
appesa a una mano
che non è la sua.
Io cerco mia madre.
E vorrebbero portarmi via
dalle mie ragnatele  dal buio
dove cammino sonnambula
sveglia. Ah, lasciate che ancòra
non salpi. Lasciate qui l’àncora
dei miei cinque anni.

Blumy

13 giugno 1981

Silvano Braido 

Intrufolato ecco com’ero
Come caduto giù dall’albero
E conficcato spina improvvisa
Nel fianco della terra

Cieco alla luce
Solo battito e il filo delle voci
Mentre prima battuta è la certezza
Che la sua mano tiri fuori
Il corpicino dal suo guanto umido e freddo

E sono inquieto ed impaziente
MI assesto nel mio varco
E scalcio

E poi passa di qua
Il signore del tempo
E mi rammenta che ho una dimensione
A me che ho solo 7 anni

E non ci sono dita per le dita
Né cavi tesi sopra un ponte
Fra la mia solitudine e lo stento

Dio che spavento.

Non posso, non ho strumenti, non ho protesi né ganci
Passeggio in affannoso solco
E guardo solo sbieco
Quello che mi riguarda sottolinea
La ferocia della mia impotenza
Figlio comprendo Padre accolgo
Persino la ferocia di lasciar andare

E’ buio piano senza note
Le voci si confondono
C’è una stanchezza che mi rode

Sono lo scricciolo senz’ossa
Il corpicino
Son l’ombra di un bambino

Passan le ore e sento il vento sulla pelle
Si apre questo spazio intorno all’epidermide
Non ho ferite sono aperto
Alla consegna della voce e della mente

Vedo le ombre farsi gialle e arancio
I suoni dell’esterno confondersi ad un pianto
Che non è mio e non odo

Mentre voi fuori mi tenete al filo della modernissima potenza
Mi lascio scender leggerissimo
Nella bellezza — Non è niente

Precipito rallento infine plano
C’è il cielo sotto il mondo
E tu che ascolti
dillo al Padre e dillo piano.

Nerina Garofalo