Viola

Ben Goossens

E’ questo peso che mi porto, di tutta l’infelicità inespressa,
i desideri rimasti a lievitare, espandersi, prossimi ad esplodere.
Le labbra strette, chiuse finchè non s’apriranno in un grande sbadiglio
o in un urlo smisurato.  Sono gravida di parole non espulse.
Il seme del silenzio ha fecondato il mio ventre, i baci che la mia bocca
riceve sono baci di nuvole, di strade silenziose, la mia pelle
conosce soltanto le mie mani.
Il bisturi che mi ha scavato il seno non ha portato via soltanto muscoli
e carne e sangue.  Sono rimasta a morire lentamente
in quel letto d’ospedale.  E mando in giro la mia replicante muta.

Io lo so

Io lo so perché il caldo
declina in te la lepre
e ti sommerge in una notte rossa
come celtica frangia,
nel sanguinoso uccello della sera,
nella blusa e nel sogno porporino
dove l’arpa dell’umida cicala
si spezzetta nel vuoto. Io so
perché il tuo cranio
rimpicciolisce al sole,
perché abbracci il papavero
e la gronda
e versi lacrime di piombo e gridi
muto come polena
con occhi d’ambra e scheletro di faggio.

In te è sepolto un bimbo vivo, un dito
avvizzito dagli anni
che scava e scava nella sabbia. In te
sono lunghi i sentieri
che percorrono il buco nella pietra, la smarrita
filigrana dei morti.

Sogni il vento ma il cielo ti concede
solo pioggia di spighe e di violenti
parasole di paglia. Forse
una clavicola nel mare, un pesce
assonnato sull’occhio del bagnino,
una donna che canta a squarciagola
dietro il bronzo tremendo.

Hai firmato il tuo fragile consenso,
l’hai sospinto nel fondo della tasca,
ne hai ricavato un piccolo veliero
spiegazzato, vermiglio.

Ora attendi che il raggio del granturco
macchi il tuo bacio e la tua palma, ora
stai per congiungere le mani. Ora
sai perché il caldo ti ha negato
la sua sillaba aguzza, l’affilata
statua di donna solitaria, fitta
sull’ardente colonna.

Cristina Sparagana,  inedito

Le parole (II)

Pablo Picasso 

Stanno in qualche parte del mio corpo
(là, in quella valle sotto il collo?)
e dormono, chiuse nel loro recinto silenzioso
confuse abbandonate come in una casa vuota
e si consumano
come si consumano le ossa
come gli occhi perdono la luce
come la gabbia che mi contiene
la voce che si perde

Blumy

Il segreto dell’ossigeno

Ora restiamo in silenzio, anche se
nel silenzio così a lungo
non abbiamo mai parlato.

Il tuo corpo piccolo, umido e forte
è uscito dalle acque scure
e adesso la marea si ritira e torna
a perdersi.
E già apri la bocca e cerchi il mondo,
un fremito leggero ti attraversa,
la vita si accende con un suono basso,
un vagito
convulso
di gola
che libera aquile e cavalli
e vola,
il palpito batte
accelerato, giù dalle radici,
dal tuo petto premuto di viole,
ti torci, come la paglia di grano,
mentre tua madre adesso è di nuovo
leggera.

L’aria della sera
è così imbevuta di femminilità.

Mi appoggio al muro, respiro. Chiudo gli occhi e
ascolto
con un piacere infantile il rumore sordo
e lieve
del tuo parto.

Dirai un giorno
che hai lasciato tuo padre stanco
ed esausto, ansimante,
ad apprendere il segreto dell’ossigeno che ci rende
creature viventi,
e mi dirai che di quel silenzio
hai capito perfettamente
ogni ferita e gioia
come se tu allora avessi già sentito
come se mi avessi sussurrato
qualcosa di noi che ancora
non sapevo.

Andrea Pomella – Maggio 2010

Giro di sito

Anji Johnston

Girovagare con due torce in mano
una per la speranza
una per dire addio
e senza fare un passo oltre la soglia
chinarsi un poco
a raccattare i resti
portano ancora i segni di ganasce
i polsi, sortilegi da piccole spelonche
avatar di ripiego
si presuppone un luogo
fatto di spaziature e di frequenze
speziate, amaramente amare
o restare insediati
tra virgolette e sbarre
ho gli occhi di gramigne
mi passa un velo che li fa di nebbia
e i miei colori – oh, i miei colori!-
mi tradiscono il vero.
Tu mi racconterai di giorni alterni
di quando senza redini
criniera al vento
eri il satiro di una ninfa triste.
Forse ti additerò una stella
infissa nel mio petto, una tardiva
stella. D’un tempo infinitesimo sarai
zampillo e sogno
e non t’accorgerai d’essere eterno.

Cristina Bove

Da ‘I dialoghi con nessuno’

È difficile descrivere l’intonazione del silenzio
la modulazione atona di un respiro
quando il nulla è terso oltre la nebbia
C’erano i gerani, oggi forse è estate
…[- La senti la brezza? Si solleva da ponente.]
Sembra improbabile l’alba dopo la veglia delle attese
quando dirada in un filo di pensiero
e si appagano i sensi nell’incanto della pioggia

Natalia Castaldi

J’aime le brouillard

J’aime le brouillard, tu le sais
Ses épaisseurs lumineuses
Ses taches de mort calme dans l’antre du jour

Et tu sais aussi que j’aime le brouillard parce qu’il ressemble
A ce regret qui est en moi
Entre l’heure et la mémoire
Quand j’ai la vertu de regarder ma mort
Les claires ruines et tout l’après
Où je n’aurai plus de structure
Où il n’y aura plus de langage, plus de formes même ombreuses
Plus d’arête aucune catégorie dans le vide
Aucun vide du vide
J’aime le brouillard de m’y faire réfléchir
S’il ressemble tant soi peu à ce destin défaisant mon heure
Dans le voeu de l’instant et du rien

(tiré du livre de poèmes “Les élégies de Yorick”)

Jacques Chessez

——–*   *   *

Amo la nebbia

Amo la nebbia, lo sai,
la sua densità luminosa
le sue chiazze di morte calma nell’antro del giorno

E sai anche che amo la nebbia perchè somiglia
a questo rimpianto che è in me
tra l’ora e la memoria
quando ho la virtù di guardare la mia morte
le chiare rovine e tutto il dopo
in cui non avrò più struttura
in cui non ci sarà più linguaggio, più forme anche ombrose
più sosta per nessuna categoria nel vuoto
nessun vuoto del vuoto
Amo la nebbia per il suo farmi riflettere
se somigli tanto o poco a questo destino che disfa la mia ora
nella promessa dell’istante e del niente

(tratto dalle ‘Elegie di Yorick’)

trad.  Blumy

Metamorfosi d’amore

Steve Memering

Though they sink through the sea they
shall rise again;
though lovers be lost love shall not.
(Dylan Thomas, “And death shall have no dominion”)

Giuseppe era il mio nome di
cristiano, ora non ho più nome: sono
api e lucertole, pietre e mimose, il
mare: lei non mi potrà riconoscere.
Lei non mi potrà più dire: amore.
Potremo volare insieme all’alveare
del sole, vicini e sconosciuti, rovinare
in frane scoscese sulle spiagge
rocciose, essere due conchiglie nel silenzio
del fondale.

Giuseppe Conte,  L’Oceano e il Ragazzo

Insegnamento del silenzio

Ancora addormentata è mia madre sopra una stuoia bianca,
quando decido di abbandonarla, partire per sollevare il mondo.
Non credo che si svegli ora quando ho da dirle
“Addio, madre”, con nostalgia quasi irreparabile.

Continua sdraiata, ornata la fronte con nardi e pruni.
Non credo che mia madre apra gli occhi, si svegli, beva acqua
Lei di niente ha bisogno; mia e povera, mia madre è molto vecchia.
E gli anziani vivono asciutti, molto vicini nella pazienza.

“Me ne vado, madre”, le dico quando sono proprio all’uscita
E non si accorge, né apre gli occhi dentro del suo cielo nero
La notte rimuove la trama del suo viso, ossa e ceneri.
“Madre, ascoltami”, e parto verso dentro.

Allora decido di tacere, mordere così la mia propria carne
e ingoiare la vera polvere di un cammino profondo.

Santos Lopez

Padre nel Paesaggio

Vladimir Kush

Il corpo disteso sulla terra,
sei diventato le colline, gli oscuri ronchi
tra stoppie di arbusti, le rughe
accarezzate dal vento

sulla tua fronte di pietra grigia.
Un villaggio riposa sulla tua guancia,
dal palmo della tua mano l’oliveto
cresce fra le tue dita.

Ora, calda è la stagione
ai tuoi piedi. Nuvole a dolci fili
portano frescura alla sera,
glottando colombi assonnati
si nascondono al filo dei tuoi capelli.

Quando la pioggia verrà, nell’inverno,
i tuoi occhi lentamente s’apriranno;
limpida acqua nel cavo arido dell’estate.
I bambini, allora, giocando, guarderanno
il fondo della tua intimità.

Il paesaggio si stupisce. Certo
neppure tu avresti pensato
di essere questo silenzio.

Willem van Toorn

Notte bianca

Luce a una finestra. Una donna è sveglia
in quest’ora immobile.
Noi che lavoriamo così abbiamo lavorato spesso
in solitudine. Ho dovuto immaginarla
intenta a ricucirsi la pelle come io ricucio la mia
anche se
con un punto
diverso.

Alba dopo alba, questa mia vicina
si consuma come una candela
trascina il copriletto per la casa buia
fino al suo letto buio
la sua testa
piena di rune, sillabe, ritornelli
questa sognatrice precisa

sonnambula in cucina
come una falena bianca,
un elefante, una colpa.
Qualcuno ha tentato di tenerla
tranquilla sotto una coperta afgana
intessuta di lane color erba e sangue

ma si è levata. La sua lampada
lambisce i vetri gelati
e si scioglie nell’alba.
Non la fermeranno mai
quelli che dormono il sonno di pietra del passato,
il sonno dei drogati.
In un attimo di cristallo, io lampeggio
un occhio attraverso il freddo
un aprirsi di luce fra noi
nel suo occhio che incide il buio
– questo è tutto. L’alba è la prova, l’agonia
ma dovevamo contemplarla:
Dopo di che potremo forse dormire, sorella mia,
mentre le fiamme si alzano sempre più alte, possiamo
dormire.

Adrienne Rich,  Cartografie del silenzio

Nel mese di maggio

Claude Monet

Dal mio giardino si vedono così e non si possono
—-spiegare
l’accordo dell’azzurro rarefatto e quello del verde
che sale e si fa spazio in certe mattine di maggio
quando il calore viene sulle braccia scoperte
e tocca il tendine d’azzurro e il tendine di verde
che credevamo spenti, nella nostra testa di oggi,
tanti anni fa. In mattine così, la terra si piega
e si anima in cose inanimate come i sassi
nel brulichìo nascosto dalle foglie, nel nostro
essere muti e felici di non avere un nome.

Forse daremo un nome a questa luce sugli occhi,
alla rondine scolpita dall’aria mentre passa,
all’ombra durata un battito sulle nostre mani;
forse saremo infanzia e chiuderemo il pericolo
nel nome del pericolo e allontaneremo le nostre spalle
dalla città abbagliata e splenderanno amate dal caso
e dal vento le nostre impronte quando qualcuno
chiuderà
il cancello dietro a noi, e ci guarderà partire.

Pierluigi Cappello, Mandate a dire all’imperatore