Passaggi

III.

Cosí non si dirà la nostra povertà
di cose guardate di sfuggita,
di alberi, di pesche e di ginestre,

del mare la scia dell’acqua e della valle
le bilance sul Foglia grigio di melma…
Mai si dirà la nostra ansia dell’oggetto,

del guardare le cose con parole
cosí attenti alle parole del linguaggio
da scordare: la brocca d’acqua fresca

sulle scale, le bocche dei fanciulli
nelle viole, i granchi di luna
affumicati nel fuoco, nella brace

nera della notte, della nostra ora.

Gianni D’Elia

The others

Sono ancora viva? Come sono arrivata fino al bagno?  A chi appartengono le voci che sento provenire dalle altre stanze?  Chi canta?  E questo folletto bianco che morde i lembi della mia vestaglia e li tira, non so se per gioco o per attirare la mia attenzione su di sé, chi è?

Mi sveglio da un lungo cammino, da una stanchezza innaturale, come se fossi rimasta senza conoscenza per delle ore e poi fossi emersa lentamente da acque profonde, un pozzo, uno stagno.Cammino faticosamente e riconosco con difficoltà il viso che mi sta di fronte nello specchio.  I miei gesti sono meccanici , conosco questo pavimento ingombro di scarpe e ciabatte, buste, creme per il corpo, olii rilassanti.  Sto lì e l’altra mi guarda stancamente, forse vuole avvisarmi,  sento anch’io qualcuno che parla in fondo alla casa e una voce femminile che canta.   Ma l’altra è muta e scompare appena mi allontano.   Deve essere notte.   Sulla tavola c’è una tazza azzurra oblunga e i resti della buccia di una mela  tagliati a piccoli triangoli irregolari.

C’è un bicchiere con una soluzione acquosa il cui fondo contiene una polvere grigia.  Le cose mi fissano in silenzio e le sento aliene, le parole stampate si deformano, nuotano nell’aria staccandosi dalle copertine dei libri e delle riviste che gravitano su colonne instabili sparse sul pavimento come grosse stalagmiti.    E’ un’altra stanza, questa.  Mi sono spostata dal bagno alla stanza in cui qualcuno ha mangiato e bevuto e forse passa il tempo a leggere e a creare torri di libri su cui si inciampa.   Dov’è il folletto bianco che mi tirava la vestaglia ?      Non so a chi potrei domandare in che posto mi trovo e da dove vengo.  Qui non c’è nessuno.  Le voci si sono dileguate nel momento in cui ho cambiato stanza e la voce che cantava è andata via.

Quanto tempo sono qui?   Un’ora, una vita?  E qual’ è il mio nome?    Ci sono carte sul tavolo e per terra , fogli scritti.  Forse c’è anche qualche documento che potrebbe svelarmi la mia identità.

C’è una piccola luce rossa che mi fissa dal mobile di fronte e , più in alto, una verde .  E poi dischi, centinaia di dischi dentro la loro custodia.  Fiori secchi all’interno dei vasi, quadri  alle pareti.

Di fronte a me c’è il ritratto di una bambina, ma so di non esser io.  Alla mia sinistra, sul tavolo, una bottiglietta di smalto per unghie e, sulla parete, dei calendari e una fotografia in bianco e nero  con una cornice in argento annerita.  Mi avvicino, la osservo, la sfioro con dita leggere. Due bambini seduti per terra su una terrazza estiva.  Il bambino sorride e tiene il braccio sulla spalla della bambina.  La bambina ha un vestito d’organdis bianco come quelli delle bambole e un musetto arruffato da un pianto recente. Io so perché.  Conosco quella bambina.  So tutto di lei.  So della  terrazza con la ringhiera bianca e di quei giorni così lontani perduti in un tempo remoto che sembra esistere solo nella mia memoria .  Conosco anche quel bambino.   Non è qui.   Non è più  qui.     Qui ci sono solo folletti bianchi e voci che non cantano più.     E ci sono io che emergo da pozzi profondi, da gorghi di malessere, e l’altra da me è soltanto la mia immagine muta nello specchio.

Il treno (via Lettere senza destinatario)

Dal treno le auto sulla provinciale sembrano giocattoli telecomandati. Scorrono colline con casolari abbarbicati sulla cima e alberi, campagne punteggiate di pecore e ammantate di papaveri, margherite gialle, fiori di tarassaco. C'è un piccolo rassicurante maestrale che cancella le nuvole e si porta via l'afa dei giorni passati. Da qualche tempo mi sono riappacificata con il treno. E' un bestione grosso di cui non ci si deve fidare, il suo aspett … Read More

via Lettere senza destinatario

Canzoni

Baisho ?


La torre s’è riempita di muschio
fiori mitili conchiglie.
Con le gambe conficcate nella terra
e il capo sporto nell’azzurro
(solleva spesso le braccia
ad acchiappare rondini e gabbiani)
un po’ sirena un po’ capricorno,
nelle ore  del sonno,
quando quasi tutto dorme,
recita poesie.  O canta.
Canzoni che solo lei conosce.
Canzoni d’una vita altra ,
d’un luogo che non è
se non nella sua mente.
Canta d’essere torre
sirena capricorno,
ragazza con braccia d’aria
labbra d’inverno e primavera.

Alla Luna

testo di Bianca Madeccia; musiche originali e voce recitante: Alberto “Napo” Napolitano e video di Marcantonio Lunardi

Un guerriero zen
innamorato della morte
parla parla parla
mentre mostra le cicatrici alla luna
per farla invaghire di sé
-Vedi? Vedi?
potrei morire domani se solo lo volessi.

L’astro non risponde
e osserva dall’alto
questa eternamente mimata
vicenda adolescenziale.
-Agli umani piace recitare
che ne sanno loro
di una vita infinita
che ne sanno loro
della morte eterna?
Ci sono state altre ere glaciali
né migliori né peggiori di questa
tutto il resto è teatro
-Una tragedia
quando si ripete due volte
diventa
farsa

Bianca Madeccia