Tu vieni nella mia voce

Beatriz Martin Vidal

Tu vieni nella mia voce:

e vedo il lume quieto

scendere in ombra a raggi

e farti nuvola d’astri intorno al capo.

E me sospeso, a stupirmi degli angeli,

dei morti, dell’aria accesa in arco.

Non mia; ma entro lo spazio

riemersa, in me tremi,

fatta buio ed altezza.

Salvatore Quasimodo

Sotto le stelle

Sous les ètoiles

Arrête la lumière en souffrance sur la colline.
Abrège cette forme de faim qui murit au reflet d’or
Des épis de maïs. L’espoir paraît un doux cimetière.

Tu regardes, rendu à l’évidence de cette chose
Jusqu’alors méconnue, entre l’ouïe et le regard,
L’écrin d’une nuit brûlante.

L’herbe des pensées, épi du soir tard venu,
Qu’attends-tu alors pour disparaître ?
Derrière ton ombre, la violette incarne ce vœu.

Allongé dans l’herbe, j’aspire la nuit. La graine vive des étoiles dépose en moi la semence du verbe être avec des convictions qui donnent grand-faim et grand-soif. C’est une sensation que personne n’a encore su nommer.

Telle solitude m’est amie : je me suis gardé d’en faire l’aveu. Je me fie aux syllabes qui l’irradient. J’attends. Qu’importe si un secret m’habite à mon insu. Je sais compter avec le temps — ni fort, ni faible, ni impatient. Certitudes, incertitudes.

Nimrod

Sotto le stelle

Ferma la luce in ritardo  sulla collina.
Abbrevia questa forma di fame che matura al riflesso d’oro
delle pannocchie di mais. La speranza appare un dolce cimitero.

Tu guardi, arreso all’evidenza di questa cosa
finora misconosciuta, tra l’udito e lo sguardo,
lo scrigno d’una notte bruciante.

L’erba dei pensieri, spiga della sera giunta tardi,
che cosa aspetti dunque per scomparire?
Dietro la tua ombra la violetta incarna questo desiderio.

Allungato sull’erba, aspiro la notte. Il grano vivo delle stelle depone in me
la semente del verbo essere con delle convinzioni che danno grande fame e
grande sete. E’ una sensazione che nessuno ancora ha saputo nominare.

Questa solitudine mi è amica: mi sono guardato dal confessarla. Mi affido
alle sillabe che l’irradiano. Aspetto. Che importa se un segreto mi abita
a mia insaputa. So contare con il tempo – nè forte nè debole nè impaziente.
Certezze, incertezze.

Nimrod,  Sotto le stelle, trad. Blumy

Si dice che i poeti

 

Rafal Olbinsky

 

Non è mai bastata la vita,
Guido
e per te che non scrivi non è uguale.
È che viviamo nel lembo d’acqua
sul sasso, in apnea quando arriva
l’aria, nel fungo di luce
quando si avvia a dormire la città.
Qualcuno pure ha detto che sappiamo
il punto esatto – dove –
e l’ora – quando – arriva l’eternità
o pizzica la pelle per amore.
Io sento, sento solo uno squarcio
di luce, cinque navi che partono
dalle mie costole,
questo sento. Non di più.
Come quando ti scrivo, Guido,
per sapere come stai
e si trattiene il fiato
perché la ricevuta di ritorno
qui, non è mai arrivata.

Anna Ruotolo

Vorrei essere bambina

Anji Johnston

Io vorrei essere bambina
per accoppiare le nubi a distanza
(alte claudicanti della forma),

per giungere all’allegria delle piccole cose
e domandare,
come chi non lo conosce,
il colore delle foglie.
Com’era?

Per ignorare ciò che è verde,
il verde mare,
la risposta salubre del tramonto in ritirata,
il timido gocciolare degli astri
sul muro del vicino.

Essere la bambina
che cadeva d’improvviso
dentro un treno con angeli,
che arrivavano così, in vacanza,
a correre brevemente tra le uve,
o attraverso notturni
fuggiti da altre notti
di geometrie più alte.

Però adesso, che cosa devo essere?
Se mi sono nati questi occhi così grandi
e questi chiari desideri di sbieco.

Como potrò essere ora
quella che voglio io
bambina di verdi,
bambina vinta di contemplazioni
che cade da se stessa rosea

… se mi dolse moltissimo dire
per raggiungere nuovamente la parola
che fuggiva,
saetta scappata dalla mia carne,

e mi ha addolorato molto amare a tratti,
impenitente e sola
e parlare di cose incompiute,
tinte cose di bimbi,
di candore dissimulato,
o di semplici api
aggiogate a tristi rosari.

O essere colma di questi scatti
che mi cambiano il mondo a grande distanza.

Come potrò essere ora,
bambina in tumulto,
forma mutevole e pura,
o semplicemente, bambina alla leggera,
divergente in colori
e adatta per l’addio
in ogni momento.

Eunice Odio

Albergare, materia, il cuore dei vivi

Takamatsu

I nomi sono tutti
irreversibili, anche i nomi dei cani  nel sole
dell’estate che salda
mondo e visione
in un nodo di lacca: il cane infatti
flette il muso di smalto come il rostro di un’aquila nella pace concreta
del mondo che ha per nome
il lamento di tutti gli animali.

Lo sterno dei rapaci
è la spoglia affiorante di un ‘isola
un  recinto effimero
sospeso
tra le conifere
con la segale amara a bordare i canali
lacrimali, frescaeffimera acqua
in atto in voi
aquile, luoghi
trasfigurati
con occhi aperti per nostalgia del paradiso e la voce
del salmista nel perno della pupilla fissa nel canto
diametri solari.

I bambini non hanno organi interni
sono aquiloni
pula
palloncini
etere nelle filze della carne
e catene di ossa
abbandonate sull’altare
di una riva
sono strutture invase dal vento, sono abbandonati
alla incomprensibile bellezza di una specie
che vuole essere toccata dal sole sebbene il sole sia una cosa mortale e abbia una massa
che si riveste di mattino e sboccia
dal costato
bianca e funzionale come un’opera.

Annamaria Ferramosca