Per questo

Danielle Desnoyers

[…] Una luce-spia brilla fioca

mentre i fuochi del gas dormono
(un gatto esce in punta di zampa dai fornelli
al gelo notturno)
il linguaggio raro e agile come la verità
scioglie il silenzio piú radicale

L’etica del custode di un faro:
cura di tutti o di nessuno
per questo si può pure dare fuoco ai mobili
Un questo contro cui abbiamo sbattuto
come se la luce potesse essere spenta a estro
il salvataggio negato ad alcuni

e rimanere un faro

Adrienne Rich

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Il fusto di pioggia

                                Diana Vanderbeg

Capovolgi il fusto e quello che succede
è una musica che non avresti sperato mai
d’udire. Lungo il secco stelo di cactus scorrono

acquazzoni, cascate, rovesci, risacche.
Ti lasci attraversare come un condotto
d’acqua, poi lo scuoti di nuovo leggermente

ed ecco un diminuendo che corre per le sue scale
come una grondaia gemente. Di seguito,
uno spruzzo di stille da foglie irrorate,

sottile umidità d’ erba e margherite;
poi mille luccichii come soffi di brezza.
Capovolgi ancora il bastone. Quel che succede

non è sminuito dall’essere accaduto una volta,
due, dieci, mille volte prima.
Che importa se tutta la musica che traspare

è un cadere di pietriccio e semi secchi lungo un fusto
di cactus! Sei come l’uomo ricco accolto in paradiso
attraverso il timpano di una goccia di pioggia. E adesso
riascolta.

Seamus Heaney


La prima foto di Dio

Rodolfo Jimenez


Questo era il mio aspetto dopo quel primo giorno.

Io, solo con le mie pietre di pietra,
Io, solo con i miei venti di vento.

Era il giorno in cui ero ancora felice,
la terra ancora deserta e vuota,
solo più tardi ho creato gli alberi,
gli animali, l’esercito e quel fotografo.

Spesso ho nostalgia del giorno
in cui l’ho fatto, lui per primo.
Lui e io, insieme nella mia creazione,
io con la mia giacca viola tra i venti di vento,
lui con il suo occhio come uno specchio
sulle mie pietre di pietra,

e nient’altro.

Cees Nooteboom

Ofelia

Paul Delaroche



il fiume portava via
le ossa di lei e lei
portava via il fiume
non è il caso- diceva-
restarti impigliata
e sui rami le strane voci
né degli uccelli né del vento
semmai del silenzio
sono di convenienza

quale parola riempirà
quel becco di corvo della memoria
meglio dissolvere le penne nere
se il fiume deve scorrere
che vada verso il mare

(le sue ossa fiorite di licheni
a nastro e muschio)
chissà quali germogli ancora
e comunque irrintracciabili
i bei baci sulla bocca

basterà che io butti
la mia dentiera nel fiume
perché mi riconosca-
se in qualche angolo
splenderanno i suoi occhi-
o la mia mano dovrà rompere
i gorghi per carezzarle i capelli
che sapevano di eterno
tanto erano scuri (?)

Antonietta dell’Arte



Mia madre è un fiume

“Mia madre è un fiume” (Elliot) è la storia di un rapporto madre-figlia, che viene scandito lentamente, come i ritmi della vita contadina, tra ricordi di un passato che si sgretolano e la necessità di un presente che tenta di recuperarli. È un romanzo profondo, lirico e sentito quello dell’esordiente Donatella Di Pietrantonio. Tutto parte da uno dei mali del nostro tempo, l’atrofia celebrale, con la memoria che vacilla e la mente che va in confusione. La malattia colpisce la madre della protagonista, che lentamente va sempre più perdendo non solo i ricordi, ma anche il suo attaccamento alla vita. La figlia cerca così di recuperare un rapporto, che sembra lacerato dal tempo, attraverso il racconto del passato. Inizia così a rimembrare alla madre la loro storia: partendo da quella dei nonni e delle piccole e grandi avventure che hanno vissuto tra le montagne dell’Abruzzo. Dalla nascita di Esperina e delle sue sorelle, al passare delle stagioni, dal momento della semina a quello della raccolta, dal pascolo degli animali al trasferimento verso la città. La figlia ricostruisce nella mente della madre i volti, i personaggi e le vicende che l’hanno accompagnata durante la vita, le piccole tragedie, gli amori e i dissapori familiari, sperando che i ricordi possano tenerla attaccata a quella vita che si sta seccando, proprio come un fiume, durante la torrida calura estiva. Ma il raccontare non è solo un rimedio per la malattia materna: per la figlia è anche un modo per guarire le ferite di un distacco e di un senso di abbandono provato fin dalla nascita, con una madre votata più alla praticità del lavoro nei campi, piuttosto che all’ascolto dei desideri della figlia. Donatella Di Pietrantonio riesce a raccontare con uno stile limpido e poetico una saga familiare, che scorre attraverso la storia, dalla Grande Guerra ai giorni nostri. Oltre ad una buona caratterizzazione dei personaggi, che con pochi tratti, prendono vita attraverso le pagine, sono da apprezzare particolarmente le descrizioni delle alte terre d’Abruzzo, un luogo quasi mitico e incontaminato. Le montagne diventano le testimoni millenarie e mute del trascorrere dell’esistenza contadina, regolata solo dal passaggio delle stagioni e dalle leggi della natura, fino all’avvento della modernità, che pian piano arriva a distruggere le antiche tradizioni e abitudini, per una vita sicuramente più comoda, ma non per forza diversa o migliore. Donatella Di Pietrantonio è nata e ha trascorso l’infanzia ad Arsita, un paesino della provincia di Teramo, e vive a Penne. Scrive dall’età di nove anni racconti, fiabe, poesie e un romanzo, questo. Nella vita fa la dentista per bambini.

Dal web


Agota K.

One tainte d'angel


Certe mattine incerta è l’ora
così io penso a lei nella sua fabbrica
intenta a rovistare gli ingranaggi
fino a toccare l’umido imprevisto
che riapre il meccanismo che scardina
la porta aprendola per poco.
E da quel varco vanno le dita
a dire la città ed il bosco appena
fuori attraversato.

La penso intensamente fissa
gli occhi e la bocca schiusa
ed umida la conca piccola
e in battito le dita e forse il cuore
io non lo so se il cuore–

Lei parla maschio e scrive
femmina. Arrota le parole
come le erre forse ed anche questo
io non so di lei. La penso. La interpello.

Minutamente, annoto il suo diario
nello spazio ristretto del mio anello.

Nerina Garofalo