Calice

                              Anke Merzbach

E ora sono
così uguale a te, madre,
che non mi riconosco sul vetro
di quel ritratto tuo così presente.
Se sapessi  che tutto
quel che di te ho odiato e maledicevo
adesso in me lo scopro
così esatto e recente come il cerchio
d’una pietra nell’acqua, ripetuta.
Vengo ancora a vederti.
Toccami, metti le mie dita
qui sulle tue piaghe e aprimi
questa rosa di spine nel costato.
Sono così tua che il mare
la tua voce copia nella mia voce per il suo canto.
E mi sveglio e a quest’ora stessa vivo
quella tua immensa sete, che per sempre
nelle tue ossa vuote
ardeva irrimediabile.
Io non sono il tuo fantasma, voglio
resuscitata, ora crearti
sul filo di chi ti ha dato  il mio essere.
Da morta a morta dimmi:
chi allatta chi, mio serpente  ?

Juana Castro

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