Il rumore dell’acqua

Una delle risorse dell’India è di aver allevato una generazione di scrittori maestri nel trasformare in narrazione accadimenti storici, analisi, istanze socio-politiche e ambientali.
Anche se preferiscono la fiction alle grandi inchieste sono ispirati dalla stessa tensione etica che muove celebri attiviste come Arundhati Roy e Vandana Shiva. Si colloca in questo solco Il rumore dell’acqua (Cairo), esordio letterario di Sanjay Bahadur (ex funzionario del ministero indiano per il carbone), romanzo sorprendente che coniuga poesia e spiritualità, verve narrativa e denuncia ambientale.

Raimoti, musicista mancato e un po’ tocco, è il guru dei derelitti nel ventre “tombascuro” della terra: la miniera di carbone. Dai suoi avi minatori ha ereditato l’ossessione per la Bestia – l’acqua che scava, erode, incombe. Là fuori c’è una diga che lambisce i cunicoli spintisi ormai troppo oltre, con il benestare di funzionari compiacenti. Mentre piccona le pareti fumando erba Raimoti avverte “quel” rumore, l’incessante minaccioso gocciolio, con i sensi annebbiati dall’aver vissuto nel buio troppo a lungo ma con lo spirito inquieto, e con la saggezza residuale di chi sa che potrà contare solo sulle proprie forze per sfuggire alla furia della piena.
Nei monologhi di Raimoti convivono echi lisergici alla William Blake e citazioni vediche. È un’interpretazione visionaria, la sua, di un’angoscia che ci riguarda tutti: la paura della morte. Ma ciò che più convince di questo narratore è la sapienza nel cambiare registro. Dal girone dantesco della miniera al limbo della superficie (in attesa che il karma ristabilisca l’ordine delle cose) ecco apparire figure che di Raimoti sono l’esatto opposto. Il tratto allora diventa agile, pungente, diretto, sagace. Bahadur mette a nudo con uguale forza introspettiva sia le bassezze della cognata, avida e provinciale, sia i vizi dei piccoli burocrati corrotti – un universo che probabilmente conosce a fondo avendo lavorato per vent’anni nell’amministrazione pubblica del suo paese. Una feroce rappresentazione del potere, un potere così meschino da strappare più di un (amaro) sorriso.

(Michele Lauro)

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