(piccola poesia che non dice nulla, che dice tutto)

                                   Linda Gregory


‎‎bussano. a quest’ora? una porta è
una porta. esige solo attese
perché poi qualcosa che e fuori,e lei
dice di alzarmi dalla sedia.
pochi passi e avventurarmi
come se, ma poi smetto di leggere.
non so mai esattamente quale di loro
e perché, l’ombra delle finestre
che ho dimenticato di scrivere
sedute in qualche angolo del cortile.
a volte una di loro si alza, bussa alla porta
per sentire un rumore di sedia che si sposta.

ma dentro non c’è mai nessuno

Piermaria Galli

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Amico quasi fratello

                                Nicoletta Tomas


Perché il mio corpo ancora conserva
il profumo degli orti
e tu sei nitido e azzurro
come una sonata,
potremmo giungere fino all’incesto.

Noi continueremmo
a guardarci
limpidi come la voce di un flauto incantato,
lottando
fino all’esaurimento
con Prokofiev in Alessander Nevski.

Perfino potrei
andare incontro
alla tua donna – quando la troverai –
e tu dovresti amarmi e anche
amare l’uomo che io amerò.

Gladya Basagoitia


Le ipotesi di nessuno

Efendi

Può essere il vento.
La pagina in bianco. Può essere.
Può essere colui che viene
cancellato dalla pioggia.
Ora ricordo un uomo cieco
un dolce pomeriggio a Friburgo.
Vagava solo nella neve
con un sorriso di beatitudine
e un bastone tanto bianco quanto i fiocchi.
Passò accanto a me senza vedermi.
Io ero il suo Nessuno.
un fantasma in quel regno luminoso.
Può succedere che siamo
i ciechi di Nessuno.
Nessuno forse è il vento
che apre le finestre con colpi senza armonia
per farci parlare nella lingua del sogno.
Può essere uno che lasciò
per sempre il suo cappotto scordato
sulla gruccia del caffè,
un cappotto come una bandiera del vuoto
che scompare un giorno, come il suo padrone.
Può essere colui che non è mai stato.
colui che non sarà mai,
colui che si stancò di essere stato.
Forse sarà nel paese degli scomparsi
l’unico apparso che chiamiamo fantasma,
quello che fa scricchiolare
le scale nella notte
o fa cadere un tegame in cucina,
quello che sposta le posate
che poi non troviamo più,
il ladro delle lontananze.
Può essere il viaggiatore di se stesso,
il nomade di se stesso.
Ha fatto diversi mestieri fuori tempo:
trascina carte nella via solitaria,
porta giornali arretrati
da una parte all’altra della città,
porta un odore da fuori le mura nel suo centro,
strappa le locandine del cinema di ieri,
fa partire i treni
soltanto con il suono di una campana.
Può essere il vento.
La pagina in bianco. Può essere.

Juan Manuel Roca

Come altri che transitano

                                     Mel Odom


Come molti altri che transitano
porta la pena umile
e sulle tempie
un poco dell’amarezza altrui,
il casto trifoglio,
perdutamente l’aureola del tabacco,
le poche lettere con cui coniare
il mio nome.
Cedro nelle sue braccia mi carica l’orizzonte.
Tiene monti smarriti tra le braccia.
Un pugno di mare che lo ha nutrito.
Il cuore così innalzò il suo volo.
Un pugno di mare. Mi diede la sete
per accecare l’astio
e i decenni della passione;
piccole conchiglie trasudanti
salgono sulle mie caviglie.
Il grano possiede la chiara essenza.
Si divide in parti equilatere,
perfette
e si offre. È l’anniversario del giubilo.
Mi trema in ogni midollo,
mi assalta ponendo un bimbo
azzurro
dietro ai suoi due occhi.
Portò dell’osso il gesto, il cipiglio.
È generoso e rosso. Tinge il giorno
di mestizia
a volte.
Di caglio in quarzo scoppia
e tinge il giorno.
Come nessuno
tra tanti che transitano
un’aria ferrata in oro,
un germoglio alato,
il polline della vita nelle sue corolle
mise sulla mia pelle.
Come nessuno tra tanti che transitano.

Ana Istarù