Tutto quello che ho

Dorina Costras


Ho navi e violini tra le ciglia,
in testa capitani coraggiosi,
isole che mi navigano intorno,
e uno slargo nel cuore
come una ferita
che non s’asciuga mai.

Ho cent’anni,forse più,di solitudine,
parole seccate tra le labbra,
molte storie da non dimenticare,
nuvole che mi seguono ovunque vada,
e il soffio buono di mia madre
come un vento leggero che mi porta.

Blumy

Era quella la giovinezza ?

Rod Chase

Era quella la giovinezza?quello zaffiro
splendente sulla neve
un’ora precisa

a Central Park quell’odore
su marciapiede e davanzale
fresco e intatto

la pace e il dramma della tempesta
sopra la città
pubblica intimità

in attesa
nella piccola copisteria appannata
piste di fango sul parquet

poi tremanteinebriata
nel crepuscolo
alla fermata del tram in mezzo agli altri
pubblica fedeltà

Adrienne Rich

Un certo Joao

Oleg Korolev



João era favolista?
Favoloso?
Favola?
Sertão mistico che impazza
nell`esilio del linguaggio comune?

Proiettava nel cravattino
la quinta faccia delle cose
inenarrabile narrata?
Un estraneo di nome João
per dissimulare, simulare
ciò che non osiamo comprendere?

Aveva pascoli, palme piantate
nell´ appartamento?
Nel petto?
Era vegetale o passero
sotto la robusta ossatura con faccia
di bue soddisfatto?
Era un teatro
e tutti gli artisti
in uno stesso ruolo
girotondo multivoco?

João era tutto?
tutto nascosto, fiorendo
come fiore é fiore, seppur non seminato?
Mappa con gli accidenti
scivolando fuori, parlando?
Custodiva fiumi in tasca
ciascuno col suo color d´acqua
senza mischiare, senza scontrarsi?
E d´ogni goccia redigeva
nome, curva, fine,
e nel destino intero
suo fato era sapere
per raccontare senza spogliare
ciò che non si deve spogliare
e per questo si veste di nuovi veli?

Mago senza attrezzatura,
civilmente mago, invocando
prodigi improvvisi accudendo
universale chiamata?
Ambasciatore del regno
che c´è dietro ai regni,
dei poteri, delle supposte formule
dell´abracadabra, sesamo?
Regno recinto
non di mura, chiavi, codici
ma regno-regno?

Perché João sorrideva
se gli chiedevano
che mistero è mai questo?
E offrendo disegni figurava
meno una risposta che
un altra domanda al postulante?
Un patto col … (che ne so
del nome) o egli stesso era
quella nostra parte
che fa da ponte
tra il sub e il sovra
che si archibugiano
da prima del principio,
che s´intrecciano
a miglior guerrra
a maggior festa?

Restiamo senza sapere cos´era João
e se João é esistito
per davvero, palpabile.

Carlos Drummond De Andrade

Cerco la chiave

Cinzia Marotta 


Cerco la chiave dello smottamento
il farsi molle della vita e il foro
dentro le parole – eppure l’Orsa 
è ancora in cielo e l’undici d’agosto 
cadranno ancora lunghe le stelle,
come un pianto. Tutto è inciso. 
Qualcuno va dove non vede 
– eppure avanza – qualcuno acceca 
chi alza la testa. Il cielo non ha più scampo 
e i sogni sono nel bianco dell’infanzia.
Lontana, lontana la fiaba che disegnava 
intera la mia vita. 

Gabriela Fantato 

Oh, che sarà che sarà

David Michael Bowers

Ah che sarà che sarà che vanno sospirando nelle alcove che vanno sussurrando in versi e strofe che vanno combinando in fondo al buio che gira nelle teste e nelle parole che accende candele nelle processioni che va parlando forte nei portoni e grida nei mercati che con certezza sta nella natura nella bellezza quel che non ha ragione ne mai ce l’avrà quel che non ha rimedio ne mai ce l’avrà quel che non ha misura. Ah che sarà che sarà che vive nell’idea di questi amanti che cantano i poeti più deliranti che giurano i profeti ubriacati che sta sul cammino dei mutilati e nella fantasia degli infelici che sta nel dai e dai delle meretrici nel piano derelitto dei bambini ah che sarà che sarà quel che non ha decenza ne mai ce l’avrà quel che non ha censura ne mai ce l’avrà quel che non ha ragione. Ah che sarà che sarà che tutti i loro avvisi non potranno evitare che tutte le risate andranno a sfidare che tutte le campane andranno a cantare e tutti i figli insieme a consacrare e tutti i figli insieme a purificare e i nostri destini ad incontrare perfino il Padre Eterno da cosi’ lontano guardando quell’inferno dovrà benedire quel che non ha governo ne mai ce l’avrà quel che non ha vergogna ne mai ce l’avrà quel che non ha giudizio. Ah che sarà che sarà quel che non ha governo ne mai ce l’avrà quel che non ha vergogna ne mai ce l’avrà quel che non ha giudizio. Ah che sarà che sarà quel che non ha governo ne mai ce l’avrà quel che non ha vergogna ne mai ce l’avrà quel che non ha giudizio.

Chico Buarque, trad. Ivano Fossati

As vitòrias régias

Svetlana Valueva


Erano stelle che cadevano nel fiume,

erano stelle: as vitórias régias. Io so – Yanoà pensa –
gli animali non solo ma di natura tutto tiene un’anima,
un’anima alata che il mondo lascia quando sogna.
E lei sempre sogna ignoti luoghi.
«Yanoà, Yanoà sveglia!
ché gli uccelli portarti via possono sulle loro ali,
i sogni distruggerti possono». Si svegliava
spaventata dalle sue stesse grida.
Gli uccelli vogliono strapparmi l’anima,
io restare non voglio sola con i pensieri.
Il suo volto s’illumina e i capelli spessi le scendono
lisci sul viso rugoso, antico dai sogni scolpito e dal sole.
Un giono Yanoà andrà con i suoi sogni,
andrà con Yara nei fondi delle acque.
«Yanoà vieni a giocare con me,
proteggimi
dai pesci che governano le acque e le piante
cresciute sul fondo del mare».
Tutto il giorno i pesci vanno e vengono
fra i tuoi lunghi capelli.


Marcia Teophilo

Porta sbarrata

James Insogna


questa porta
che ogni giorno
si apre e si chiude
piena di correnti d’aria
piena di polvere
dalla strada dirupata
sopra la terra battuta
questa porta
dai cardini che cigolano
appesa alla maniglia
come volesse uscire
anche lei
questa porta
spalancata nel vuoto
sbarrata nel vuoto
davanti a chissà chi

Ines Cergol

Volevo chiamarmi mimosa

Svetlana Valueva


Volevo chiamarmi mimosa
essere morbida e dorata
pudica o un po’ sfacciata,
ma delicatamente profumata.
volevo essere un’acacia dealbata
una pallina carica di sole
un fiore di gaggia nella penombra
scivolare dall’albero con la grazia
sensuale di una ballerina della Scala
volevo essere un fiore inebriante
caldo e un poco birichino,
giocare con i passeri sul ramo,
salutare l’alba con l’inchino
e fare capolino nella notte
mescolarmi alle stelle cadenti
e fare le capriole con la luna.

Blumy

Toccò a lei

Kamille Corry

 

 

Toccò a lei, ultima ventata,
sradicarmi da dov’ero
lì a dimora.
Il tempo successivo,
arò il mio corpo dalla mia memoria,
ne sperse ogni sentore,
sarchiò quel territorio
e fu materia
nella materia
il mio sfatto sudario,
si dissolse il grumo
casuale o necessario –
non so ancora –
che era stato
il mio nido,
il mio calvario,
se non che celeste e tenebroso
era nel suo deliquio
l’esistente provvisorio.
Oh vita, ascoltai quella loquela
provenire da te,
dal tuo profondo grembo.

Mario Luzi

Furietta di Marte

 

 

Tu furietta di marte, armata, alata
mercuria che attraversi la casa
e la incanti, se vegli o dormi, incanti
i miei occhi, sempre aperti, nera e tenera
pantera, il giorno la notte, per vederti
ai sonni o alle cacce, luce buia
nel buio balenante o che si anella
su sedie e letti – e sparge il suo fulgore
nei miei versi

Gianfranco Palmery

 

Lei

Diana Vanderberg


 


Lei era il mio passaggio segreto,
il lago calmo in cui ero scivolata
dall’acqua di sorgente e poi
mi avrebbe spinta verso il fiume.
Lei, madre del mio principio.

Ora è come la ricordo l’ultimo mattino:
un rivolo d’umore sceso dalla bocca,
il sangue spento, irretito dentro il corpo,
il volto un bianco cammeo di madreperla.

Lei che nella memoria si è fatta infinita
e luminosa. Lei che, quando sento il buio
che mi morde, getta stelle.

Blumy

Bellezza

Csaba Markus


Bellezza non necessita perdono.
quando la si incontra si coglie, si afferra.
la si tiene piano, delicata e feroce,
narra storie di nuvole e d’ali.
di anfratti e fessure, di giostre in volo.
è vertigine

ti da il passo ad imbandire meraviglia
su lastricati inavvicinabili e segreti
t’ingarbuglia di fili e menti…forse mente?
saperla condivisa a lungo non consola,
Bellezza sguscia e si contorce,
preparandosi alla prossima muta

api

 

Le parole

Catherine Alexandre


le parole scavano in pozzi presunti vuoti ed aprono
rigagnoli d’umore e voragini di cielo. travolgono
le nicchie del silenzio, le colmano, le trasformano in incanto.
le parole sì, sfuggono, una fiaba fragorosa
è uno stramare sottile sull’esistenza,
un divenire alterato. le parole nuotano
nella risacca quotidiana

api


La mia casa

Lydia Marano

 

Qui ci sono parole dentro i libri
e canzoni lontane,
qualche nota caduta dalla voce
ch’è volata via con le sue piccole ali musicali
e c’è un silenzio che dilata le pareti,
le spinge verso il fuori, verso l’alto,
le spacca, a volte (ed è questo, non il tempo,
che corrode).
E ci sono leggerissimi fruscii
di chi è andato via ma è rimasto
per non lasciarmi sola,
per non farmi invecchiare troppo in fretta
e camminare gobba e senza sguardo.
A volte frulli d’ali, piccole luci che attenuano la notte
e il buio è buio , ma sarà per questo
che ci cammino dentro come  avessi fari.
E poi è una nave.
Salpa ogni tanto, tira su l’ancora
che la tiene ferma
e si sposta per i suoi viaggi misteriosi,
porta con sé valigie e quel poco che serve
per un viaggio lughissimo
là dove son sfollati tutti a poco a poco.

Natura

Leslie Oldaker


La forza che spacca il tempo dentro il legno
e trascina le pietre nel mese di marzo
a valle dei torrenti, l’accanimento della materia
alla rovina, a rinascere, lo sforzo della mente
per figurarsi la pioggia innumerevole,
per arginare i silenzi, dove cede
a un limite breve, a un’ombra, dove diventa
nostra, e subito felicità, subito angoscia?

Gian Mario Villalta


 

Come le foglie

noi come foglie, foglie viventi nel tempo dei fiori
a primavera, quando spuntano in strali di sole;
per noi, come foglie, è un pugno di ore la festa
della vita che sboccia. Bene e male non sono
che strano mistero, nere streghe diventano poi
la tua ombra: una porta il declino grigio, amaro;
l’altra la morte. È una scheggia la primizia
dell’età in fiore, uno sprazzo di luce sul mondo…

Mimnermo

 

Per le tue piccole spalle

Mihai Criste



Per le tue piccole spalle: arrossarsi sotto le sferze,
sotto le sferze arrossarsi, bruciare nel gelo.

Per le tue mani da bimbo: il ferro sollevare,
solevare il ferro e intrecciare la corda.

Per i ruoi teneri piedi: andare scalzi sul vetro,
scalzi sul vetro e sulla sabbia insanguinata.

E per me: brillare per te come una nera candela,
come una candela nera brillare, e non poter pregare.

Osip Mandel’stam

Mani nude

Jean Claude Dresse

Mani nude

I tuoi capelli d’arance nel vuoto del mondo,
nel vuoto dei vetri pesanti di silenzio
e l’ombra in cui le mie mani nude cercano tutti i tuoi riflessi,

La forma del tuo cuore è chimerica
e il tuo amore somiglia al mio desiderio perduto.
O sospiri d’ambra, sogni, sguardi.

Ma tu non sei sempre stata con me. La mia memoria
è ancora oscurata per averti visto venire
e partire. Il tempo si serve di parole come l’amore.

Paul Eluard
trad. Blumy

mains nues

.
Ta chevelure d’oranges dans le vide du monde,
dans le vide des vitres lourdes de silence
et l’ombre où mes mains nues cherchent tous tes reflets,

La forme de ton cœur est chimérique
et ton amour ressemble à mon désir perdu.
O soupirs d’ambre, rêves, regards.

Mais tu n’as pas toujours été avec moi. Ma mémoire
est encore obscurcie de t’avoir vue venir
et partir. Le temps se sert de mots comme l’amour.

Paul Eluard

Martedì 7, b

Sean Cheetham

Da Diario di un invisibile aprile 

Da lontano la vidi venire verso di me. Indossava scarpe di
pezza e incedeva lieve, bianca e nera. Financo il cane die-
tro di lei affondava per metà nel nero.

Mi son fatto vecchio ad aspettare, davvero.

E ora è tardi per capire che quanto più lei avanzava tan-
to più grande si faceva il vuoto, e che non ci saremmo in-
contrati mai.

Odisseas Elitis

frammento 9

Salustiano Garçia Cruz

C’era una nuvola ieri, dentro me. Al centro c’era un vuoto e mille frasi appese. Le vedevo bene. Sembravano nastri di preghiere, nel mio Tibet. E c’erano, come frange annodate, ingarbugliate dal vento, le frasi con cui di solito roviniamo le parole, le vite, con cui ci sistemiamo dentro la parola casa, dietro le porte che non hanno più occhi, dentro gli stipiti secchi di troppe voci azzittite. Avizziti, anche noi, sterilizzati, dallo scorrere di noi stessi. Eppure, a guardarci dentro quella nuvola, come in mille vesti strappate, così mi sembrava, ci vedevo un fermento di cose. Una saltava di qua e di là. Era la parola lepre e aveva la bocca tagliata, come solo le parole possono avere. Ci fanno stare dentro tutto quello che vogliamo. E la lepre si portava in corpo un prato. E forse, anche se è fatica crederci e serve molto esercizio, aveva nel folto della pelliccia un bosco, addirittura un cambio di vento, così che diventavo io stessa quel salto. Da qui a lì un balzo, dal banco di questo tempo, giù , fino all’orizzonte del suo bianco. Basta uno sguardo alle volte. Ne basta uno soltanto per riempire il vuoto delle nostre parole, per trovare una collocazione nuova, una chiave per liberare le cento e più ragioni della memoria, in cui vogliamo soffocarci così spesso e lasciarla andare, nel folto del bosco, lontano, dove è ciò che è davvero, solo un punto. Un piccolo punto in cui si genera il mondo. Un punto al centro dell’occchio e una retìna per pescare i pesi e i pesci, come affetti, delusioni e amori, il profilo bianco delle onde, che ci tengono in vita. Vedere, toccare, la nostra viva sostanza, sentire il profumo di quell’essenza dentro tutte le cose, grandi o piccole che siano, e sono rifugi per la memoria, un segno, un attimo, in cui gira ancora e ancora, il respiro del vento.

ferni