Con nostalgia *

Antonella Anedda scrive alcune fra le poesie più belle degli ultimi anni in una lingua di animale sopra un corpo morto. Batte la testa sopra un corpo morto e dallo scuotimento e dalla pesantezza terrestre di questa morte si sporge per lasciare il suo lamento.

Sì, il corpo è il luogo da dove ci affacciamo, ma è il vero punto interrogativo di questo libro-candela, è quello che ovunque duramente ci manifesta e che si vorrebbe chiamare apparenza e miseria.

La sua, la solitudine del corpo, è una solitudine che spezza il cuore, quella dura e feroce dei bambini, la solitudine ossessa dalla colpa dei sopravvissuti, la solitudine di chi parla agli oggetti come un oggetto: Tu lo vedi candela quanta rovina – è un’eco all’indietro verso la classicità delle pietre e oltre, è un graffito di cava, la parola rovina, il pianto di una che siede sola in cucina.

Qui Anedda non si cura più di far poesia, mette in gioco le faville del corpo e la mano scolpisce, con la durezza vera degli impalpabili.

I suoi scarni lamenti potrebbero essere ripetuti come mantra, hanno il valore e il peso dell’ululato dell’animale che si lascia morire di fame. Aglio, ginepro e sposo. Il cibo, il sesso, i quadri. Ogni bisogno è al suo stato zero, tutto l’essere dice solamente dove sei, è la parete cava della caverna dove lasciamo il segno di poco sangue e cenere del nostro passaggio, la curva dove si proiettano le ombre del mondo provvisorio.

È immobile ovunque in questo libro animato, plurale, corale e strutturatissimo, il dolore di chi non è “raggiunto” – è scritto per terra l’accanimento della luce scucita in spettri che ci chiamano alla loro grandissima lezione.

Così avanzando a tentoni nel suo lutto con le dita spinate viene da dire all’autrice che si sopporta quello che non credevamo di poter sopportare.

Si ricomincia dal cercare le scaglie povere del mondo, un museo di dettagli che ricomporranno le immagini prima dell’orrore: questo spetta al teatro poetico messo sulla scena – mai bidimensionale – delle pagine di Anedda, dove si alternano umili stazioni sacre e sacre comparse e sgretolamenti del dolore, una muraglia di dolore mite e disperato intorno a un essere umano – in occasione d’amore, in occasione di morte – un silenzio e una solitudine eletti a regola mistica, alla fine cercati come antidoto alla malattia che essi stessi sono.

Tutto il libro è la luce della candela dietro la quale si vaga e si cerca nella casa pre-storica e si confonde di continuo io e noi, la vita vera con la vita possibile, l’evidenza e il segreto, finché la voce dice: rendi smisurata la tua solitudine, tanto da arrivare ad amare da sconosciuta, guarda con i tuoi nuovi occhi minerali il dio sconosciuto che è l’uomo fatto per metà di ombra che gira la sua chiave nella serratura e muove i suoi neri passi verso una casa che non è la tua.

Ecco raggiunta l’estraneità da sé, finalmente la voce del coro dice – non più asma, non più vento, ma – respiro: il corpo, sì, è il contenitore che porta la voce, ma quando tutto il silenzio è stato scavato a unghiate nel petto il secondo corpo inizia a risplendere nel corale umano che finalmente ci avvera in misura di – osiamola!, la parola desueta – anima: oltranza.

Maria Grazia Calandrone

Antonella Anedda, Dal balcone del corpo, Mondadori 2007

* perchè sono troppi anni che Antonella non pubblica più un libro di poesia

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