Esercizi sulla madre

Alan King

Il Secondo Compito
La notte del 27 febbraio, era il 1976, il mondo intorno a casa mia smise di camminare alle nove di sera. Per strada non c’era un’anima né un corpo, né Orzowei né Furia cavallo del West e nemmeno Stanlio e nemmeno Ollio. Né Madre.
Seduto davanti alla porta di casa provavo la vergogna di sapere che tutto il mondo mi spiava da dietro le finestre, e io pregavo come non sapevo fare e mi mangiavo le unghie e le dita e mi buttavo l’alito nelle mani come il dolce Remì.
Fu strana quella paura, a pensarci adesso. Era timore di essere visto da tutti i vicini e allo stesso tempo sollievo di essere comunque guardato a vista da qualcuno, da dietro le fessure di un’imposta.
Davanti alla porta tremavo al pensiero che zia Adele venisse per portarmi da lei: sarebbe stata una specie di conferma al timore che Madre non l’avrei più rivista.

Stanotte sono guardato a vista dalle telecamere mentre seduto, mentre le luci del parco specchiano il bianco del marmo intorno a questo tutto aspettare e mentre io voglio, che ancora voglio, mentre ancora voglio tornare a te.
Sono solo e non è vero. Sono il visto di un Grande Fratello, più di uno schermo che mi scopre più di un fianco più di una faccia più di quello che voglio mostrarmi.
Mi vogliono salvare. Anna di me dice: un cuore umano ha.
Dietro le piccole e tonde lenti nere c’è il dottor Allocca che mi scruta. Davanti e poi dentro la casa-dependance c’è il vuoto e poi il pieno di zoom e di primi piani. Ci sono due guardie a giurare la mia nottata e una trapunta di stelle che mi rimbocca Anna l’infermiera.
Sono qui pieno di mancanza pieno di presenza e loro osservano tutto quello che faccio, lo registrano, lo rivedranno, lo rivivranno al posto mio.
Vogliono farmi fuoco, spararmi contro le parole che pronuncio. Domani bruceranno tutte le parole che dico stanotte e vorranno sapere da quale purgatorio arrivano. Ma loro non sanno che non c’è fuoco che mi spaventi, non c’è inferno di cui già non conosca tutta l’eternità: io l’ho pagato a care fiamme il mio rogo.
Se non fosse per questo calore artificiale che mi rosica la faccia, questa luce dei lampioni nel parco, per questi fari sparati apposta sul set del mio ricordo, io lo avrei tutto in braccio il freddo di quella notte.
Io lo voglio il freddo di quella notte, perché è quel freddo che testimonia la mia presenza al mondo. È stato quel freddo a custodirmi in tutti questi anni.

La notte dei miei otto anni, la notte del 27 febbraio 1976 io aspettavo, e non potevo saperlo, l’epoca delle voci nuove, le voci maschie e femmine che mi avrebbero portato consiglio per tutte le notti a venire. Lo schermo del cielo tremava tutta l’astrologia del mio intento e non sapevo che mai più avrei potuto assolvermi dal misfatto di avere il corpo sul gradino senza l’ombra di Madre.
Non sapevo io che, da quella notte, sarei stato per sempre un superstite a Corinto.
Eppure avrei quella notte scannato un toro, avrei scannato un maiale e bevuto il sangue per fare almeno un dispetto alla nonna che non avrebbe più potuto fare il sanguinaccio. Avrei mangiato i chicchi d’uva nera, quelli marci sotto il pergolato vicino al capanno per dire a tutto il mondo che io ero una volpe furba ma buona, e aiutare così il nonno a fare un vino migliore. Avrei voluto, quella notte, la stretta intorno al collo di una corda lunga un intero castigo per espiare la colpa di aver tradito Madre una sola volta, di aver detto a Padre che mi lasciava da solo il pomeriggio di ogni giorno.
E invece.
Invece, mi perdonai di aver scuoiato un coniglio la domenica prima con nonno. Mi sentii una cosa sbagliata nella gola, mi salì dalla punta dei piedi congelati e mi arrivò in bocca e la masticai. Straziai una lacrima fra i denti appena nati e non feci rumore per non spaventarmi del mio stesso spavento, per non spaventarmi del pero che dondolava dai suoi rami-braccia dieci bambini, appesi per il collo, e io li vedevo tra le ombre dei miei occhi scuri.
La sera dell’estate del 1983, la sera delle stelle cadenti, delle sirene, dei due infermieri, la sera che mi portarono in questo ospedale avevo i capelli mossi e biondi, alla Hiroshi Shiba.
Tra le undici e la mezzanotte di questo 27 febbraio io metto una mano in tasca e tiro fuori le chiavi e sento i tuoi tacchi sulla ghiaia. Fisso la serratura della porta smettendo di bruciare il mio ossigeno.
Dietro le mie spalle. Impaurita, sperduta. Sola e con i fianchi ammiccanti sui tacchi ferocemente candidi. I tuoi tacchi studiati, veloci ma non troppo. Tacchi sinuosi, tacchi per dieci ore e per dieci sensi, tacchi da leccare, tacchi che hanno paura di non tornare più. Tacchi fatti apposta per farti riportare a casa qui da me. Tacchi da ascoltare, tacchi che ticchettano di mamma soprattutto, tacchi angosciati per avermi lasciato fuori la porta, tacchi colpevoli che suonano nei miei denti uno contro l’altro armati, tacchi profumati alla vaniglia, all’odore comprato a rate dall’Avon.
Dietro le mie spalle: non può essere. Mi giro, lento, sperando che non sia così, sperando che tu sia proprio dietro a me. Invece la parola, il diavolo che mi ha nato, mi fa una festa, si pettina, si scompiglia la faccia, si appoggia al mio braccio e mi sale sulle spalle.
Una cosa è conoscere la porta giusta. Un’altra cosa è aprirla.
Allora faccio il giro della casa, come allora. Ma qui non c’è nessun capanno. Non c’è un filo spinato ma un palazzo bianco e beige, con le imposte tutte chiuse. Non ho voglia di contare tutti i buchi delle persiane. Una volta lo feci accuratamente: erano 6100 buchi, non uno di meno. Anzi uno di più. Un buco del muro portante. Un buco enorme. Non credo siano cambiati, in tutti questi anni. Non cambieranno.
Non ho la pazienza di appendere la mia attenzione alle sbarre delle finestre, ritrovare la famiglia degli occhi che guardano la luce dei lampioni, ogni notte, gli occhi dei miei compagni pazzi. Gli occhi come io.
Me ne sto in piedi senza davvero guardare. Non ho bisogno di vedere. La mia vista è un sussurro. Dire il tuo nome con lo sguardo fa il male più dolce, a mezzanotte, sul vetro di qualsiasi finestra che ho di fronte.
Me ne sto in piedi senza davvero sentire. Non ne ho bisogno. Le mie orecchie sono abituate ai nomi che si chiamano ogni giorno nel parco, nell’ospedale, nella segreteria, nei bagni, sui letti di contenzione.
I nomi di un posto come questo si chiamano tra loro per farsi compagnia. Quando si stancano di cercarsi se ne stanno zitti a guardare il movimento delle labbra delle bocche che li pronunciano. Poi parlano. Poi si zittiscono, ancora. Come gli anni che vanno e vengono, si sottraggono, si sommano. Ci dividono.
Io, per non sembrarmi pazzo, fingo di domandare agli uccelli dormienti sulla quercia se hanno visto passare Madre, lo faccio guardando la quercia come se fosse un pero crudele di chissà quanti anni fa.
Torno indietro. Stavolta senza potermi strappare il giubbotto. Stavolta ho le chiavi. I tuoi tacchi sbattono nelle tempie. Sono certo che non può accadere davvero questo rumore che mi rintrona nelle orecchie.
Sono arrivato di nuovo davanti alla porta e per una volta, un’altra volta ancora, la infilo la chiave nella toppa. Stavolta giro la prima mandata e il rumore dell’ingranaggio è il suono dell’inevitabilità, penso.
Un’altra mandata.
Giro.
Stavolta abbasso la maniglia e tutto il mondo fa silenzio.
Ho una paura che resta in piedi sulla soglia.
E davvero mi viene di chiamarti, come se ci stessi veramente ad aspettarmi, come se tutto questo scuro silenzioso che mi guarda da dentro la stanza fosse la nostra preghiera esaudita.
Ho una paura che accende la luce.
E veramente mi viene di non tremare più. Mi viene da abbassare l’interruttore e fare tutto chiaro e splendere noi due soli in cielo per un blu qualsiasi che, sono certo, da qualche parte stavolta ci perdona.

La notte del 27 febbraio c’era Gandal di Vega che apriva la faccia e ne usciva sua moglie con una falce in mano e i capelli come spaghetti ma neri. I rami addormentati del pero muovevano le dita e Belfagor si affacciava da dietro il tronco. I rami addormentati muovevano le dita e Nosferatu in bianco e nero veniva a succhiarmi il sangue dal collo.
Mio padre mi stava di fronte e io ero ghiacciato davanti a mio padre che aveva le mani sporche di grasso e c’era un ragno che camminava sullo stipite della porta d’ingresso.
La notte del 27 febbraio, sul divano, mi tenevo la coperta sulle ginocchia e un pollice in bocca come Linus di Snoopy. Era il 1976 e prima del Carosello io guardavo sempre Braccio di Ferro, Bruto e Olivia, e mi sarebbe piaciuto avere una pipa che sputasse fumo e suonasse.
Madre era uscita di casa per comprare la cena e non era ancora tornata. Madre uscì di casa e non tornò mai più.
Io ero ghiacciato sul divano. La coperta sembrava non riscaldasse. Mio padre in piedi, invece, di fronte a me, aveva le mani sporche di grasso e c’era un ragno, invece, che camminava sul frigorifero.

Questo nuovo vecchio 27 febbraio è una lunga notte azzurra. Dai lampioni i grani di luce lasciano i nostri corpi ad aspettare come limoni crudeli sul tavolo di una cucina, come figure simmetriche da guardare, come bestemmie generose da pronunciare per il nostro addio quotidiano.
Prima di entrare vedo in alto la notte che accartoccia stelle come buste di caramelle Rossana, la notte comincia a nevicare tra i cirri illuminati dalla luna e mi vuole addormentare anche senza Remeron.
Entro e chiudo la porta. Spengo accendo spengo la luce. Accendo. Spengo ancora. Mi concedo un singhiozzo a scoppio, un fondamento femminino che ho ereditato da te.
Accendo la luce.
La parola va a sedersi sul tavolo, nella finta cucina-salotto si liscia gli zoccoli e applaude il mio ritorno adorato. A fianco la memoria fa una capriola e finisce nel lavandino.
Sul tavolo c’è un’incerata bianca, con limoni gialli grossi. Agli angoli della stanza ci sono quattro telecamere. C’era un divano, penso, nella vera cucina-salotto.
Ho bisogno di altre ore. Di altro respirare, di sedermi e poi fumare. Mi siedo sulla poltrona vicino alla finestra e accendo una sigaretta.
Fuori tutto il mondo si infreddolisce e la parola se ne sta zitta.
Entrando ho avuto l’impressione che tu fossi qui. Così ti ho chiamata, con un filo di voce, una ragnatela stretta di parole. Invece era niente. Il brusio che fa il frigorifero, rumore, fruscio, come di figure su di un tavolo, rumore di un dottore che ti chiede: “Cosa vedi?”
C’è una grossa ragnatela nell’angolo in alto. La memoria fa un’altra capriola e con una mano la spazza via.
Io sono il castigo che ti loda, dice la parola. Io sono la concessione che ti magnifica, mi rammenta la memoria.
Apro la finestra e un faro mi spara in fronte tutto il bianco che ha. Butto la sigaretta. Butto la sigaretta, voglio andare in soffitta.

I miei primi otto anni, Madre, sono stati per me i beati anni del castigo.
Non appena comincio a salire la prima rampa di scale, il demone della parola e la memoria mi precedono invasati. Mi tirano, mi trascinano, mi fanno la ola ogni volta che arrivo in cima a una rampa, sul pianerottolo.
Quando arrivo davanti alla porta della soffitta c’è il demone del ritorno che mi fa un inchino. Poi, si unisce agli altri due suoi amici e fanno un balletto tutti insieme. Mi prendono per le braccia, per le gambe e mi lanciano in aria, mi fanno cadere sul pavimento. Mi rialzano e mi mettono nel mezzo del loro girotondo. Ballano, intorno a me. Ci conosciamo da tanto. In fondo ci vogliamo bene. La nostra stirpe è la stessa.
La porta della soffitta si spalanca e si unisce a noi anche l’addio. Ci teniamo tutti per mano. Adesso siamo tutti di un colore, figure arancione che ballano sulla moquette verde e parati azzurri alle spalle. Non avevamo la moquette, non avevamo muri blu, penso, e non posso fare a meno di guardare dentro la finta soffitta. Mi sento risucchiato.
C’è tanta Gioia. Il ritorno balla con la memoria. La memoria con una mano trascina l’addio nel girotondo e con l’altra si afferra alla parola e in questa sera senza la notte c’è un modo di mollica con i buchi: ballano, bambino mio, ballano.
Ci fosse stata davvero una danza così quella notte, una musica, una festa. Invece il freddo, la festa dell’abbandono sul gradino, nell’aria, nella mia stanza, come se tutta quell’assenza, quella mancanza, fosse stata colpa mia, come se tutto quel divertimento della solitudine fosse stato un mio desiderio.
Non ho più voglia di ballare. Sono offeso, scorticato, ricorticato. Io sono un criminale un pazzo. Ai pazzi è concessa una lunga notte e un posto a loro scelta. Questo è il mio posto.
Non entro nella soffitta ma appoggio la mano sulla maniglia.
La parola stringe la memoria e l’addio, nel ritorno.
Non è la soffitta dove mi rinchiudevi.
La mano zitta sulla maniglia, si gonfia. E sanguina un poco. La mano che tu pungevi con un ago quando non ero capace di dire a papà che non eri uscita nel pomeriggio.
Qui non c’è, sai? In questa ricostruzione della nostra infanzia non c’è il puntaspilli. Allocca avrà pensato che non mi serviva più di tanto a ricordarlo il mostro con mille teste, svettanti, pronto a mangiarmi le mani.
Lo guardavo, sulla tua macchina per cucire. Tu eri fuori chissà con chi. Lo guardavo terrorizzato per ore, fino a quando non trovavo il coraggio di prendere uno di quegli aghi maledetti, una di quelle teste maledette e fare un esercizio del dolore. E il coraggio lo trovavo proprio quando tu rientravi arrabbiata, stanca, cattiva. Io furtivo, per non cedere alla tentazione di abbracciarti, per non cedere al desiderio di dirti mi sei mancata tantissimo, mi pungevo la mano da solo.
Anni del castigo, Madre, ma beati dalla tua sola presenza.

Scendo al primo piano.
C’era solo la mia stanza e la tua, quella matrimoniale. Entro e tutto è apparecchiato. Dalla finestra tutto luccica e tira forte il vento tra i chiaroscuri generati dalle luci del parco.
C’è il mio letto. Qui per ore restavo immobile ad aspettarti, senza fiatare. Dormi. Mi dicevi. Non devi far rumore, mi dicevi, che arriva l’uomo nero e ti porta via, mi dicevi. Non accendere la luce, dicevi, l’uomo nero ti potrebbe vedere.
Mi mettevi sotto le lenzuola. Osservavo il movimento del tuo anello muoversi intorno al letto mio, il movimento della tua mano che rimboccava le coperte. Avido succhiavo con gli occhi il riflesso sull’anello generato da un unico raggio di luce trapelato, penetrato per errore dalla persiana. Poi nulla.
E quando poi chiudevi anche quell’unico spiraglio. E quando poi te ne eri andata io. Quando sotto le coperte quando cercavo con gli occhi chiusi di prolungare quel riflesso io.
Immaginavo la luce ancora provenire dal tuo dito, un pensiero che mi aiutava nel terrore dell’oscurità. E quando avevo troppa paura io poi mi alzavo di nascosto. Cercando di far meno rumore possibile aprivo giuntolo spazio giusto per allargare le fessure. Scostavo le tende della mia stanza e di fronte c’era Clara infinita nel vetro.

Di tutto quel freddo e del buio, di quella paura, di tutta quell’attesa mi è rimasto lo svolgimento del 27 febbraio che faccio ogni 27 febbraio per non dimenticarmi, per non dimagrire tra le piaghe di un letto di contenzione, per riuscire sempre a pettinare una ciocca di capelli biondi che ti ho strappato la sera del 10 agosto del 1983.
Madre, dimmi la verità: sono una cosa brutta, un guastato, una cosa rotta nella testa, una cosa cattiva. Non conosco un altro modo per guardarti, se avessi gli occhi più buoni te li darei. Madre feci la mia e la tua voce per ogni ora che passava, la faccio per ogni ora che passa. Un esercizio. E su ognuno il dottor Allocca metterà il suo visto, il suo ‘bene’, il suo ‘bravissimo’, il suo ‘così così’, il suo giudizio elementare. Madre non voglio restare tutto il giorno nel letto, voglio andare nell’aia a giocare a pallone. Devo fare un gol bellissimo di testa, devo sbucciarmi un ginocchio, spezzarmi una gamba. È vero, c’è stato un tempo che non riuscivo più a camminare. Ero caduto ma non è stato il calcio, i compagni. È stato molto tempo fa. Caddi da una finestra mentre aspettavo che tornassi da me.
Mi sono perso, come ci perde a volte nella vita. Madre non voglio restare, non voglio per sempre restare steso dentro al letto della mia stanza, paralizzato su una sedia a rotelle come Clara. Madre io voglio sposarla Clara. Io sono un criminale, un pazzo. Voglio avere un figlio, Madre. Ai pazzi è concesso un pensiero a loro scelta. Un figlio malato, mi dicevi, Clara è malata e può solo generare altre malattie.
Madre, non dirmelo che è vero questo fatto, questo fatto che non avresti voluto nascermi. Dimmi che non è vero, dimmi che la notte non arriva l’uomo nero e non mi mangia. Dimmi che non è vero che sono uno stupido, un handicappato, uno storpio come papà, non è vero che dico bugie, che mi tagli la lingua, che mi buchi le mani, dimmelo Madre che non sono un bambino guasto, rotto, una cosa brutta, una cosa cattiva.

esercizio 6
ore 02.04 – la sesta ora
la madre dormita

sei.
Se non fossi così alta probabilmente non artiglierei la maniglia della porta dall’alto verso il basso. Appenderei la mano con dolcezza, esitando, trattenendo le intenzioni sulla punta della dita. È che ho paura a non tremare, adesso che non ti ho sentito piangere.

Ti ho spiato non nascere, fino alla soglia dei miei quarantadue anni piena di inedia, di livore. Ti ho spiato fino alla porta che è una stanza non vissuta. Sono entrata per sempre in una stanza vuota, ordinata, senza rinnegare la pazienza di non guardare gli oggetti intorno.
L’unico riparo è stato passare dalla serratura e non restarci dentro, perché occorre essere chiave per poter girare le mandate.
Parole complicate, dietro la porta della tua stanza. Parole difficili solo per dire che mi sei mancato, tantissimo, sebbene la tua assenza sia stata il dono di non dover spalancare un grido sfatto a ogni finestra della casa.
Scusami se non ti ho voluto nei miei tanti pochi giorni, che sono passati via piccoli, frettolosi, nell’interstizio della porta che ci ha diviso l’abbraccio.
E io? Ti sono mancata, io?

Ti ho strappato via dal mio utero come una gatta madida di dolore, pazza di sudore per il suo unico figlio non nato.
Ma ogni volta che avvicino il seno al cilindro di vetro che custodisce la tua non vita di quattro mesi io sono madre, madre di un barattolo trasparente sul comò.
Ho capito che segarti con un coltello il segno della bocca appena accennata non ti dà calore. Il segno che avrebbe potuto chiamarmi e affermare il mio nome, augurarmi buon compleanno e invocarmi nel nero della notte, è la cicatrice del silenzio che non so riaprire.
Non mi fraintendere: non ho rimpianti, ma una crepa tra le cosce e quella tua bocca mai dischiusa. È una fessura la tua bocca, una feritoia che avvicino ai miei occhi avidi di sguardo.
Non ho rimpianti, no, ma hai ereditato una macchia sul collo. Una voglia rosa impressa sulla tua vena più importante. È l’unico testimone rimasto a guardia del grigio sopravvissuto al cartoccio della tua carne.
Siamo stati via a lungo?

Riscaldo il whisky avvolgendo il tumbler con le dita lunghe, affusolate. Ora mi tengo così, in ordine mai scomposto, seduta sulla poltrona. Bevo, quasi per vanità. Forse la vanità arriva con la vecchiaia. Non ci si dispera da giovani, da vecchi di più. Forse la disperazione è la vanità di chi sta invecchiando.
C’è stato un tempo in cui mi vestivo di bianco. Bianco, un vestito dopo l’altro. Non ho mai provato un vestito in vita mia, era mia sorella che li misurava per me. Avevamo la stessa taglia, la stessa altezza e la sarta era molto brava. Non uscivo mai di casa, non esco ora.
Da quando mia sorella è morta non ho più avuto un bianco nuovo. È per questo che il bianco di questi vecchi vestiti non è più così bianco ma assomiglia a te sul comò.

Ti ho sentito piangere, una volta. Il rumore del tuo pianto ti faceva piangere ancora più forte. Io stavo proprio qui, seduta sulla poltrona e non smarrivo una nota dei tuoi singhiozzi. La tua voce aveva superato la porta chiusa della stanza e veloce si era sparsa in tutta la casa. Era arrivata qui sulla poltrona e mi aveva accarezzato. Nel tuo pianto il suono di una parola sola, ripetuta e incomprensibile al mio orecchio, una parola a cui non ero riuscita ad attribuire un senso compiuto. Sono certa che era il nome impronunciabile di Dio, il nome che potrebbe scatenare l’Apocalisse se venisse detto correttamente.
Arrivai nella stanza che non faceva rumore, non facevi più il rumore del tuo pianto. Era rimasta l’aria densa, come nebbia.
Ci vuole nebbia per dormire.

Vuoto in fretta il mio bicchiere. Mi alzo dalla poltrona. Questo è il momento per trovarmi davanti allo specchio, lievemente curva, evanescente, nell’odore di bosco, di benzene, di limoni imputriditi in una fruttiera qualunque, sopra un tavolo qualunque, dentro un posacenere in cui brucia una sigaretta spenta male, richiamata da quella significazione di vita già stata, vissuta, per apparire con un urto tremulo nei vapori della memoria, per riuscire a guardarmi.
Anni fa mi sono perduta in un parco e ne ho immagazzinato l’odore, non l’ho più dimenticato. È come un bosco, mi dissero, e c’è un lago, e ci sono anche animali come le oche, come pavoni, mi dissero tanto tempo fa.
L’odore di benzene. Per un attimo sospetto di essere morta, poi è proprio l’odore di quel bosco ad avvisarmi: sono ancora di carne.
Ma ho bisogno di una prova. Ho necessità di capire oltre il senso dell’esistenza se realmente esiste la mia presenza in questo dove qualunque. La mia figura chiede aiuto a un gesto consueto che sa di aver fatto mille volte, l’atto di pulire l’angolo in basso a destra dello specchio, indicando con l’indice una piccola superficie grigia e allo stesso tempo schiarirla col lieve tocco del polpastrello, proprio dove c’è il tuo riflesso.
Mi riconosco nell’impronta del mio dito, nella tenerezza degli occhi miopi che un’età incompiuta da qualche parte mi ha fatto profondi.
Ritraggo la mano, il braccio scivola lungo il fianco e mi accorgo che qualcuno è stato in questa stanza.
Anche se solo per poco tempo, davvero qualcuno è stato qui. Qualcuno, senza nessun permesso e nessuna giustificazione, è entrato nella stanza e ha modificato la tua immagine seduta sul comò.
Mi riparo davanti allo specchio, davanti a me. Per un attimo credo di essere fraintesa dalla mia stessa immagine e non riesco a spiegare la forma del mio seno riflesso, non riesco a giustificare il mio vestito grigio-opaco.
Vengo immobilizzata dal pensiero fulmineo che mi esce da sotto le palpebre, dalla consapevolezza che la mia immagine stia cercando di avvisarmi di un dolore, quasi presumesse un calvario infinito da qui a un migliaio di anni. Come una cortesia dei miei stessi occhi. Come se la mia immagine avvertisse un’accortezza naturale, una gentilezza, un amore, e cercasse di avvisarmi.
C’è una brezza lieve, sembra arrivare da lontano. Come fa il vento che indossa una forma più agevole per le cime degli alberi in agosto in un bosco poco prima del mare. Ma la finestra è chiusa. Il tuo barattolo è aperto.
Un respiro.

Siamo stati via a lungo.
Ma non mi sei mancato. Mai.
Non c’è giorno in cui io non ti abbia pensato. Nei soli spenti di questi muri malati ho acceso una piccola luce per te, per noi due, per essere una vita nella fede di qualche luogo rivoluzionato dalle nostre assenze. Perché non c’eravamo, non eravamo e non ci siamo nemmeno adesso che siamo restati, soli a splendere, l’una nell’altro.
Allora dico che in questo senso non mi sei mancato. Davvero, ho sbagliato. Ovvio che non mi sei mancato.

Dove siamo andati?
Spesso nel bianco del pomeriggio me ne sto col tuo barattolo in braccio. Senza pensarci comincio a cullarti e a cantarti una canzone di mia madre, una filastrocca per farmi addormentare.
Bisogna cantare ad alta voce e ci vuole nebbia per il sonno.
Ma dopo un po’ sono io che mi appisolo. E faccio sogni dove tu mi porti una rosa per la festa della mamma, un regalo fatto a scuola con gli altri bambini, con la maestra. Mi chiami, dici il mio nome, il nome più bello della Terra, lo gridi come il pane e mi dai la rosa, il regalo, il lavoretto fatto a scuola, il dono ‘per la mamma più buona e più bella del mondo’.
Spesso in questi sogni tu mi corri incontro uscendo dalla scuola. E faccio fatica, in questi sogni, a farti mangiare una fetta di pane e mortadella nel pomeriggio, faccio fatica a non farti sbucciare un ginocchio durante una partita di pallone, a farti andare a letto dopo il Carosello.
Spesso in questi sogni io sono felice.
Ma ce n’è uno, spesso, dove mi dai una Polaroid, stiamo insieme io e te, tu sei nel barattolo di vetro, io sono seduta sul gradino di casa, con le gambe oscenamente spalancate ti tengo in braccio e aspetto che esca del sangue, una cosa qualunque, qualcos’altro, un mostro a due teste, a quattro mani. Ma non succede.
Non succede niente.
L’attesa mi dilania le carni. Fa passare il tempo velocemente e mi vedo vecchia sul gradino. Con le gambe sempre spalancate, la pelle appesa. Nel vetro tu galleggi in un liquido scuro, come se ti fossi arrugginito aspettando che tua madre partorisca chissà cosa. E poi l’immagine della Polaroid scompare tutta, resta una plastica ingiallita, un alone di figure. Resta niente.
Qualche volta mi sveglio prima di. E ti stringo forte a me, come se. Come se questo contenitore di vetro fosse il mio utero perfetto e “Giuseppe” dico, “Giuseppe”, almeno dieci volte di fila e poi

Ma cosa è stato?
Nulla. Invero non sono stata altro che una porta, la sua serratura, la chiave, la mano che apriva. La stanza. La casa. Il vetro trasparente. Desiderio innocuo di creazione. Una negazione. L’impossibilità di accettare il fatto che non sarei riuscita a vederti cresciuto, nemmeno arrivato a trent’anni.

Non ti ho voluto?
Non è vero. Ho fatto di più: io ti ho rubato alla morte. Ti ho rubato per sempre alla nostra mancanza. Alla nostra non crescita.
Qualche volta, nel sogno delle gambe spalancate io non mi sveglio. Un po’ alla volta, la pelle si stacca dalle ossa, dalla faccia, anche il liquido evapora e ci lascia entrambi come due cose che aspettano o che hanno aspettato troppo.
In un momento passano epoche e fiori, querce che restano per secoli, peri che muoiono e anche querce che invecchiano per secoli. Sul gradino non resta che il barattolo, i miei capelli biondi, forse i denti. Ma poi nemmeno quello, nemmeno un mucchietto di polvere.
Nel sogno, dopo centinaia di anni rimasta così a dormire e a guardarmi sognata, mi domando alla fine qual è l’inizio delle cose nostre e dove siamo stati in tutto questo tempo, dove siamo andati così veloci, cosa volevamo fare seduti su quel gradino.

Dove siamo finiti?
Da nessuna parte. In nessun luogo.
Alla fine ci siamo estinti con il quasi e con il tutto, nello stesso viaggio che avevamo intrapreso per raggiungerci, come la luce vecchia che arriva da una stella morta da migliaia di anni. Ed è stato allora che abbiamo compreso di non essere stati.

TAV. VI
petto di pollo
un petto di pollo battuto per ammorbidire la carne
per stenderla
sulla parte alta in cima c’è qualcosa di schiacciato
tutta la parte pare spiaccicata
sparpagliata dal peso dell’oggetto che l’ha massacrata
il taglio centrale, due metà simmetriche
invece non è vero
c’è una faccina inquietante
il solco centrale è una bocca enorme pronta a spalancarsi
inghiotte
una bocca dentata che comincia proprio con quella faccina
non è vero
è un inganno

anche un ciondolo d’argento
o d’oro bianco
d’oro grigio
un gioiello insomma applicato direttamente sulla carne del petto, subito dopo il collo
il segno centrale, il seno, il solco che divide le due mammelle
no, non riesco a vederle
il seno, dico, non lo vedo

sei
La luce del neon è forte, adesso. Io sul divano mi copro con la coperta. Papà non si muove. La porta è rimasta aperta, forse è meglio che la chiudi papà, e glielo sto per dire.
No no, non gli dico niente. Mi alzo dal divano e corro a chiuderla io. Mi corro dal divano e la coperta cade a terra e ci inciampo sopra. Vado al frigo, mi avvolgo la coperta intorno. Prima però guardo sotto il tavolo. Non c’è nessuno. Meno male, la mamma non è morta fulminata.
Mi è tornata la fame. Sto pensando di bere un po’ di latte. E poi ci sono i biscotti, le pastette nella scatola industriale che mangio solo la domenica, gli altri giorni mi tocca il pane.
Sto pensando che me li sono meritati questi biscotti. Sto per prendere un po’ di latte con la coperta intorno a me quando all’improvviso papà ritorna vivo.
Bestemmia ogni santo del paradiso e li fa scendere tutti in terra uno a uno. Dà un calcio all’aria, uno al divano, uno alla sedia, uno al tavolo, uno al frigorifero. Mi metto la coperta marrone sulla testa e mi accuccio vicino al fornello, non vedo più niente.
Papà mi toglie la coperta da dosso e piange. Mi abbraccia, mi stringe forte e mi fa male. Non lo fa mai, abbracciarmi. Ci penso quando mi tiene stretto. Ci penso e penso che si abbraccia così, ti deve fare male papà quando ti abbraccia, più ti fa male più significa che ti vuole bene.
Adesso però mi vuole troppo bene e mi scosto. Lo guardo e mi accorgo che ha un occhio rosso, ha il sangue dentro e c’è una macchia scura vicino alla pupilla.

Che tieni nell’occhio?
Una scheggia della saldatrice.
Ma ti fa male?
Un poco… Hai mangiato?
Il papà mio riapre il frigorifero, prende il latte, apre lo stipetto e prende i biscotti, apre lo scolapiatti e prende un bicchiere. Mette tutto sul tavolo, versa il latte e dice a bassa voce mangia e vai a dormire.
Bevo e mangio tutto in fretta.
Papà dice che deve andare da zia Adele. Ci mette poco, ci mette un minuto due o forse tre.
Non ho il coraggio di domandare dov’è la mamma. Non ho niente che posso dire se non a zigo zago c’era un mago con la faccia blu.
Mangia e vai a dormire subito, dice papà.
Io ho paura di andare sopra a dormire da solo. Non è mai successo, non è mai capitato. Glielo dico ma papà sbatte la mano sul tavolo e cade il bicchiere col latte.
Muoviti, muoviti!, dice.
Non me lo faccio ripetere. Vado sopra, entro nella camera, accendo la luce, lascio la porta aperta, ci sono un sacco di mostri sotto il letto, rumori che non so da dove vengono, non mi spoglio, mi metto nel letto vestito, le coperte sulla testa, la porta di sotto sbatte, esco dal letto, vado alla finestra, le imposte di Clara sono chiuse, è tardi e Clara dorme, non può stare alla finestra, il pero in mezzo a noi si agita, c’è freddo, c’è vento, fra poco scende la neve, rientro nel letto, mi rialzo subito, vado al piano di sopra nella camera tua e di papà, si muove tutta la casa, si sente tutta la casa che sbatte da dentro e vuole uscire dalle finestre, apro l’armadio, la valigia non c’è, il vestito con i fiori rossi non c’è, sul letto mutande e reggiseni, camicie che usi d’estate, un cappotto grigio e le scarpe sullo scendiletto, non c’è il coso del trucco, una volta mi sono messo a giocare, mi sono messo un colore azzurro sopra le palpebre, mi hai trovato così e ti sei arrabbiata tantissimo, la porta di sotto si riapre, io corro al primo piano, mi metto nel letto, chiamo papà, papà piange, zia Adele piange, si sono svegliati i cani e abbaiano fuori, una civetta grida, significa che qualcuno è morto, significa che qualcuno non lo vedremo più.

Quella troia.
Quella troia, dice papà.
Quella zoccola puttana, dice papà.

Luigi Romolo Carrino

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