Dedica

Stefania Bruno

Lo sapevo, sì, che le A erano nella
forma delle foglie, le O nelle gocce
di pioggia quando cade nell’acqua
di fossi e canali; vocali da mischiare

alle M del mare e delle montagne
azzurre a comporre onde e diagrammi, là
in fondo, alla R dei rami e dei
rovi, delle rose più rosse, sì, lo sapevo.

Fabio Franzìn 

anche se oggi è soltanto il 31 gennaio,  il tema di questa poesia vale per tutto il mese di febbraio e, fosse per me, dovrebbe valere per tutti i giorni dell’anno

Poesia dell’amore inevitabile

Hugo Hurlacher

 
Tu arrivasti alla mia anima quando era dimenticata:
le porte divelte, le sedie nel canale,
le tende cadute, il letto sradicato,
la tristezza curata come un vaso di fiori.
Con le tue piccole mani di donna laboriosa
ponesti tutte le cose in fila:
lo sguardo al suo posto, al suo posto la rosa,
al suo posto la vita, al suo posto la stuoia.
Lavasti le pareti con uno straccio bagnato
nella tua chiara allegria, nella tua fresca dolcezza,
collocasti la radio nel luogo appropriato
e pulisti la stanza di sangue e spazzatura.
Ordinasti tutti i libri dispersi
e stendesti il letto nel tuo enorme sguardo,
accendesti le povere lampade spente
e lucidasti i pavimenti di legno consumato.
Fosti d’un tratto enorme, ampia, potente, forte:
sudasti grandi fatiche lavando arnesi vecchi.
Apprendesti che nella mia anima d’ avanzo era la morte
e la tirasti all’ orto con pezzi di specchio.

Jorge Debravo

Non so nemmeno il mio nome

Ali Miller

Iandára in tupi è mezzogiorno.
Iaciçuaçú è luna piena,
o come dicono i nostri indios:

luna dal volto grande.
Iacipirêra, luna calante,
è scorza di luna.
Quando prosaicamente diremmo
piove, loro dicono: o kyr amaná
= precipitano le nuvole.

Con tanta poesia cosi non mi è difficile
amare un indio, padrone della terra, dell´acqua.
E per di più non so nemmeno il mio nome.

 

Olga Savary

Mi trovo molto in alto sull’albero delle stagioni

Danielle Duer

Mi trovo adesso molto in alto sull’albero delle stagioni;
in basso contemplo la terra ferma del passato.
Quando i campi s’aprivano alle semine,
prima che il baobab abbracciasse qualche uccello
al primo segnale del cielo,
i tuoi passi cantavano attorno a me:
semi di campanule che ritmavano le mie abluzioni.
Mi trovo adesso molto in alto sull’albero delle stagioni.
Imparo da questo quinto giorno di luna,
che sono le lacrime – fino a qui –
che colmano la tua assenza,
alleggeriscono goccia a goccia la tua immagine
troppo pesante sulla mia pupilla ;
la sera veglio sulla mia stuoia tutta
bagnata di te
come se tu mi abitassi una seconda volta.

Jean Babtiste Tati Loutard , trad. dal francese  Blumy

Quando sono diventata un frutto

Anne Bachelier

Maschio e femmina mia madre mi ha messa all’ombra della luna
Ma Adamo fui sacrificato alla mia nascita
Immolato ai mercenari della notte
E per consolarmi
Mi lavò con acqua torbida
E mi portò sul pendio di ogni montagna
Per lo spettro del silenzio e il rumore delle domande mi rese docile
Mi consacrò a Eva lo stupore e la trasformazione
mi impastò con il buio e la luce
Un tempio ai diavoli del paradiso.
Straniera crebbi e nessuno si preoccupò del mio grano
Ho preferito disegnare la mia vita su una pagina bianca
Mela che nessun albero partorì
Poi ritagliarla e uscirne
Una parte di me vestita di rosso, un’altra parte di me in bianco
Non ero solo dentro e fuori del tempo
Perché ho avuto origine nei meandri celati
Prima di nascere pensavo
Di essere una massa abbondante
Di avere dormito a lungo
Di avere vissuto a lungo
E quando sono diventata un frutto
Ho saputo quel che mi attendeva.
Ho detto ai maghi di prendersi cura di me
Allora mi hanno presa.
Era
La mia risata
Bella e imbarazzata
Volavo sulle piume di un uccello e di notte diventavo un guanciale
Hanno gettato il mio corpo nei talismani
e hanno cosparso il mio cuore con il nettare della follia
Mi hanno recato un silenzio e dei racconti
E fatto in modo che io vivessi senza radici.
E da quel momento vago da un luogo all’altro
Indosso una nuvola ogni notte e parto
Solo io mi dico addio solo io mi do il benvenuto
Volo per sentirmi libera non perché ho paura
Torno dal desiderio non dal fallimento
la mia costanza è il mare e la mia bussola è la tempesta
nell’amore non getto l’ancora in nessun porto
il mio corpo è il viaggio e la mia morte è nel fermarmi
di notte lascio gran parte di me stessa
per abbandonarmi a un forte abbraccio quando ritorno
i miei fratelli gemelli sono la distanza e le isole
l’onda e la sabbia della spiaggia
il rifiuto e il desiderio voluttuoso della luna
l’amore e la morte dell’amore
chi comprende il mio ritmo mi conosce
mi segue
però non mi raggiunge mai.

 

Joumana Haddad