La disperazione di Penelope

Sol Halabi

 

Non è che non lo riconobbe alla luce del focolare;
non erano
gli stracci da mendicante, il travestimento – no;
segni evidenti:
la cicatrice sul ginocchio, il vigore, l’astuzia nello
sguardo. Spaventata,
la schiena appoggiata alla parete, cercava una scusa,
un rinvio, ancora un po’ di tempo, per non rispondere,
per non tradirsi. Per lui, dunque, aveva speso vent’anni,
vent’anni di attesa e di sogni, per questo miserabile
lordo di sangue e dalla barba bianca? Si accasciò muta
su una sedia,
guardò lentamente i pretendenti uccisi al suolo, come
se guardasse
morti i suoi stessi desideri. E “Benvenuto” disse,
sentendo estranea, lontana la propria voce. Nell’angolo
il suo telaio
proiettava ombre di sbarre sul soffitto; e tutti gli uccelli
che aveva tessuto
con fili vermigli tra il fogliame verde, a un tratto,
in quella notte del ritorno, diventarono grigi e neri
e volarono bassi sul cielo piatto della sua ultima pazienza.
Jannis Ritsos

Dialogo senza partner

H. Fussli

  

...ciò che è non è futuro, ma presente, 
e così, allorché si dice di vedere il futuro,
 non si vedono le cose ancora inesistenti 
cioè future, ma forse le loro cause
o i segni già esistenti.
 Sant’Agostino, Le Confessioni

Tu, così irrequieta perché cercavi il tuo luogo, partivi e ti perdevi spesso, non sapevi, avevi solo un sentore, e quell’impulso, quella tensione ad andare lontano. Ma poi tornavi, tornavi sempre dentro te e ci son voluti quegli incontri continui con la morte, quel parlottio a voce bassa, l’ossigeno sulla bocca e poi sentire freddo, sentire che non c’è confine tra il dentro e il fuori. Oggi lo sai, oggi che, anche senza guardarti il viso o le mani, lo sai, come lo sapevi prima, ma era lontano, sembrava essere lontano.

‘Come stai?’ Tu zitta, con il cordless che raccoglie l’amarezza e poi tutto chiuso, quasi buio, con quel peso invisbile e tutto tuo, e l’aria , fuori, le strade, ciò che continua ti appartiene sempre meno. E’ come se fosse cessato il vento, come se la pioggia rimanesse lì, ferma dentro la sua nuvola, come se i fiori l’erba nuova fossero di plastica.

Blumy dall’archivio

Nelle acque del ghiacciaio originale

H. Leung

 

« Nelle acque del ghiacciaio originale
ero limpida
finchè la luna non mi ordinò di apparire
e che giungesse la tempesta ad allungarsi sul mio corpo

impetuoso come l’ebbrezza delle prime fonti
il mio grido non è arrivato agli scarabei volanti
l’ho soffocato nella sabbia

si sentiva altro
che l’eco e il rantolo degli uccelli
Si vedeva altro
che le acque desolate e il tornado dell’orizzonte»

Aïcha Arnaout, trad. Blumy

Ho scritto un vento

videohive.net

 

Ho scritto un vento, un soffio vivo
di vento tra fragranze, in mezzo ad erbe
magiche; ho narrato
il vento; soltanto un po’ di vento.

Notte, ombra fino al’ultimo, in mezzo ai secchi
rami, tra i fogliami,i nidi rotti-in mezzo agli anni-
rilucevano le lune di guscio d’uovo,
le grandi lune piene di silenzio e di spavento
Aurelio Arturo

Ho visto il cielo aprirsi

Ho visto il cieli aprirsi
ed eliche sentirsi scoperte
e uccelli troppo alti
gridare al ripristino
di vecchi divieti.

E ho guardato pesci
sentirsi dalla parte sbagliata
e nuvole nasconderli
per negare lo scandalo.

E poi non ho visto
più niente:
solo gente uscire dai massi
e tanti vestiti bagnati
nessuna sirena d’emergenza.

Laura Accerboni

La donna nel campanile

Ho voluto amarti come nei tempi moderni,
costruirti come una chiesa
con vetri che regalavano colore
alla mia vita slavata;
poi aggiungerti in un dono di stalattite
una vertebra al tuo collo d’anfora
o d’antica figlia di Jabbaren.
Ho voluto vivere al riparo del tuo collo
perchè il tuo viso sia il mio campanile
e suoni ogni giorno il mio desiderio.

Jean Baptiste Loutard , trad, Blumy