Max Ernst

Max Ernst

Due bimbi minacciati da un usignolo fuggono nel filo
ripiegato dell’orizzonte con una piuma di gazzella nella mano.
Fuggono in un bosco di colonne di cuoio e cimiteri
innevati, tra le macchine a vapore dei mennoniti
e il filamento remoto dell’elettricità.

Due bimbi, due labbra di chiocciola marina baciano il sogno
di due leggiadre ragazze denudate. Quello che guarda un astro
e quello che ascolta un insetto, fuggono nel fondo di un fiume
con l’idea della morte nella mano. Fuggono nell’aureola e nella nebbia,
sotto il mercurio freddo dei ponti e il fumo degli aeroplani.

Due bimbi, due ombre fecondate dalla farfalla celeste
dei paracadute, fuggono nel fumo rosso degli operatori di tintoria
guidati dall’anatra delle navigazioni.

Due orme pure illuminate di spavento, quella che geme come
un’acqua che ode, e quella che come una pietra che ode contempla
la medusa con occhi di gatta, fuggono in uno stame infinito
di pensamenti bagnati e trombe astratte in cui suona la morte.

Due bimbi, due anime iridescenti come un’ombra di ghiaccio, fuggono
nella foce del cielo perseguiti da un usignolo.

Juan Carlos Mestre

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