The others

Richard P. Wazejewski – Claire A. Waterhouse

Singing in the brain

Sono ancora viva? Come sono arrivata fino al bagno? A chi appartengono le voci che sento provenire dalle altre stanze? Chi canta? E questo folletto bianco che morde i lembi della mia vestaglia e li tira, non so se per gioco o per attirare la mia attenzione su di sé, chi è?

Mi sveglio da un lungo cammino, da una stanchezza innaturale, come se fossi rimasta senza conoscenza per delle ore e poi fossi emersa lentamente da acque profonde, un pozzo, uno stagno.
Cammino faticosamente e riconosco con difficoltà il viso che mi sta di fronte nello specchio. I miei gesti sono meccanici , conosco questo pavimento ingombro di scarpe e ciabatte, buste, creme per il corpo, olii rilassanti. Sto lì e l’altra mi guarda stancamente, forse vuole avvisarmi, sento anch’io qualcuno che parla in fondo alla casa e una voce femminile che canta. Ma l’altra è muta e scompare appena mi allontano. Deve essere notte. Sulla tavola c’è una tazza azzurra oblunga e i resti della buccia di una mela tagliati a piccoli triangoli irregolari.
C’è un bicchiere con una soluzione acquosa il cui fondo contiene una polvere grigia. Le cose mi fissano in silenzio e le sento aliene, le parole stampate si deformano, nuotano nell’aria staccandosi dalle copertine dei libri e delle riviste che gravitano su colonne instabili sparse sul pavimento come grosse stalagmiti. E’ un’altra stanza, questa, Mi sono spostata dal bagno alla stanza in cui qualcuno ha mangiato e bevuto e forse passa il tempo a leggere e a creare torri di libri su cui si inciampa. Dov’è il folletto bianco che mi tirava la vestaglia ? Non so a chi potrei domandare in che posto mi trovo e da dove vengo. Qui non c’è nessuno. Le voci si sono dileguate nel momento in cui ho cambiato stanza e la voce che cantava è andata via.
Quanto tempo sono qui? Un’ora, una vita? E qual è il mio nome? Ci sono carte sul tavolo e per terra , fogli scritti. Forse c’è anche qualche documento che potrebbe svelarmi la mia identità.
C’è una piccola luce rossa che mi fissa dal mobile di fronte e , più in alto, una verde . E poi dischi, centinaia di dischi dentro la loro custodia. Fiori secchi all’interno dei vasi, quadri alle pareti.
Di fronte a me c’è il ritratto di una bambina, ma so di non esser io. Alla mia sinistra, sul tavolo, una bottiglietta di smalto per unghie e, sulla parete, dei calendari e una fotografia in bianco e nero con una cornice in argento annerita. Mi avvicino, la osservo, la sfioro con dita leggere. Due bambini seduti per terra su una terrazza estiva. Il bambino sorride e tiene il braccio sulla spalla della bambina. La bambina ha un vestito d’organdis bianco come quelli delle bambole e un musetto arruffato da un pianto recente. Io so perché. Conosco quella bambina. So tutto di lei. So della terrazza con la ringhiera bianca e di quei giorni così lontani perduti in un tempo remoto che sembra esistere solo nella mia memoria.  Conosco anche quel bambino. Non è qui. Non è più qui. Qui ci sono solo folletti bianchi e voci che non cantano più. E ci sono io che emergo da pozzi profondi, da gorghi di malessere, e l’altra da me è soltanto la mia immagine muta nello specchio.

Blumy, archivio

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