Tirinea

Prefazione

Tirinea è la storia meravigliosa e improbabile, poichè letteraria, di un non-luogo. Ciò che in inglese,  lingua sempre molto pratica, si chiama nowhere. E Tirinea è anche, per la sua stessa condizione letteraria, un’autentica wonderland. Tirinea è un non-luogo, ma con ancoraggi riconoscibili.  Si trova certamente in Bolivia , e nella regione meno nota della Bolivia: Il Chaco, una delle zone non andine di quel bellissimo Paese. Il Chaco – giova dirlo al lettore europeo – è probabilmente una delle regioni più sconosciute del pianeta: abbraccia l’oriente boliviano, mezzo Paraguay, il Centro sud del Brasile e il Nord-ovest dell’Argentina. Il suo prestigio letterario può essere fatto risalire all’attività di un grandissimo della letteratura latinoamericana: Augusto Roa Bastos, del quale Jesùs Urzagasti è uno dei continuatori. Orgogliosamente chaqueno, il narratore , che è qui a sua volta narrato, si comporta “come un vero chaqueno”, ovvero “in accordo con le regole della sua comunità”. La qual cosa è molto, è tutto, ed è … nulla, perchè Tirinea, essenzialmente, è soltanto un nome e una memoria – questo è chiaro – e il resto è testo. Un testo ricco, suggestivo, dal ritmo intenso.

Il fatto è che la trama in cui Urzagasti irretisce Fielkho – questo narratore dal nome stranissimo, che sembra più finlandese che boliviano – è un gioco permanente , una schermaglia amorosa, una seduzione lenta come devono essere le migliori seduzioni. “Parlo così perchè il 23 febbraio 1967 Fielkho ha cominciato un racconto, questo racconto, e mi ha incluso come personaggio”; così gioca Urzagasti, e propone di giocare.
Alla maniera di Julio Cortazar, che avrebbe sicuramente amato i romanzi di Urzagasti, l’umorismo in Tirinea appare in modo imprevisto, nel corso di riflessioni, divagazioni e sdoppiamenti: “Ho venticinque anni, sei mesi e tre giorni e sento di essere assai influenzato da me stesso”, dice il narratore – che è Fielkho e insieme non lo è – dopo aver affermato : “Sospetto che vi sia un altro mondo, meno illusorio di questo, che ha la stessa dovizia di luce ma non il buio che sbarra il passo alla verità”. Cioè a dire, questo altro mondo che è Tirinea. La Letteratura, evidentemente.
E Tirinea è anche la storia di un uomo che si appresta a morire e che medita – come Camus e come Heidegger – rendendo omaggio di precoce intertestualità a scrittori a suo tempo emergenti (si era nel 1969) quali Gabriel Garçia Marquez e, soprattutto, Juan Rulfo: “Ma bisogna vedere lo sguardo dei morti: non vedono più nulla ma resta loro l’ultima immagine della vita”.
Romanzo del tempo irreale e del cronogramma invertito (la narrazione del ‘vecchio’ avanza, a momenti, verso la gioventù di questi) e in qualche misura sperimentale, richiamò l’attenzione di poeti della levatura di Alberto Girri e Rodolfo Alonso. E di quasi tutti i suoi lettori, che vi salutarono l’originalità e l’audacia creativa di uno scrittore impressionante, autore,  tra l’altro, di romanzi come En el pays del silencio (1987), De la ventana al parque (1992) e Los tejedores de la noche (1987), gioielli della letteratura non solo boliviana ma di tutta l’America Latina.
Tirinea, quale Paese utopico, territorio impossibile dei sogni e domicilio esatto di una storia delicata, sottile e poetica, è un capolavoro che, a mio parere, dovrebbe essere salutato come l’opera di un nuovo Rulfo – proveniente, stavolta , dal Cono Sur del continente americano.

Mempo Giardinelli

TIRINEA                                                                                        

ai miei genitori

Tirinea è una pianura solitaria, con alberi focosi e calde sabbie espulse dal fondo azzurro della terra.  Perduta com’è nella memoria degli angeli, la vita non vi esercita nessun controllo e io sono l’unico sopravvissuto. Fino a poco tempo fa si ignorava l’esistenza di Tirinea; ma adesso che è scomparsa circolano infinite versioni, intorno alle quali mi guardo dall’emettere un’opinione definitiva.

Sono vecchio, sospettoso, basso di statura; e riscontro nella mia condotta attuale un certo carattere capriccioso.  dev’essere a causa dell’età. Prigioniero delle più strane manie, passo il tempo di cui dispongo girando e rigirando per la mia misteriosa abitazione. Ho ormai oltrepassato l’età in cui gli occhi seducono il mondo con la dolcezza dello sguardo e devo confessare che la vita, in me, comincia a emanare uno sgradevole odore. Mai e poi mai ho patito malattie, nemmeno un piccolo mal di denti, sicchè il mio corpo si è deteriorato per conto suo e con invidiabile uniformità, senza lasciarmi l’intervallo necessario a un’opportuna riparazione. Nè da giovane ho mai voluto pensare di essere io la malattia e molto meno adesso che sono vecchio; ma questo sospetto si è propagato malgrado tutto nell’essere mio, e adesso non rimane il minimo dubbio. Cieco, tardo e sordo come un fazzoletto bagnato, non è che sono il più indicato, sono proprio l’unico a poter parlare di Tirinea. Ciò starebbe ad indicare che le mie capacità sono riconosciute; purtroppo non è così. Possiedo la somma autorità ma sono sicuro che l’apprezzamento e la considerazione non mi saranno tributate mai. Può importare tutto ciò a un vecchio come me, che spesso se la ride senza motivo, a cui nessuno guarda con indulgenza e che risveglia nei bambini un incontenibile desiderio di burlarsi di lui? Francamente credo di no.

Jesùs Urzagasti

La casa rossa

Nicoletta Ceccoli

Bum bum, un pesce duro come il piombo saluta le mie budella,
mi spacca dove una volta mi ha messa incinta.

*

La casa sta dritta come uno spillone in mezzo alla campagna.
Un viale conduce alla porta.
Rose rampicanti e more.
Muri bianchi come la spannatura del latte.
I mobili conficcati al suolo.
Le pareti come solchi in terra cruda.

Un soffio dondola il rosario appeso al muro.
Le finestre mugolano come bocche svuotate.
Sullo sfondo, gialla come un occhio malato, la stanza senza orologi.
Dopo, il buio prima di essere nato.

*

In cucina c’è una donna seduta sull’orlo
della memoria E’ grassa.
La pancia è un cocomero che preme
come un grimaldello contro la porta.
Cerca la toppa, infila le dita.
Le intinge, le lecca.
La donna mangia, si ingozza.
L’unto le cola dal mento.

Fuori dalla casa ogni cosa è bianca come nevicasse Dio.

Nella stanza sopra è notte.
Una ragazza si rigira nel letto.
Su una sedia una gonna con l’orlo sfatto.
La casa nuota il buio.

Uno specchio rimanda la ragazza.
La infila come una perlina.
Respiro dopo respiro.

*

Nella stanza accanto gioca una bambina.
Un petalo per ogni ditino.
Un dito in ogni buchino.
E’ la bambina senza pelle, senza le corse, senza uno strillo.
La santa bambina del buio.
Nasce nel sogno.
Tutte le volte che chiude gli occhi
l’astronave l’atterra al centro.

Quando non gioca si sdraia
vicino all’uomo che dorme
dentro di lei.
Lo sente contro il ventre,
duro come un torsolo di mela.
Lei muove i piedini, si annoia.
Aspetta di nascere
dalle ossa dell’uomo, dalla sua faccia
rugosa, dalle ciglia, dal sesso
lungo come un’esplosione.

Una goccia scivola la vasca da bagno.
Un’altra si gonfia dentro il rubinetto.
Il suo peso come un’esca.

Fuori, scaglie di prati si disfano
sotto i piedi di una mendicante.
Il vento le solleva le gonne.
Comincia a volare.
E’ un aquilone.

Lontano romba la falcata del mare.
Il sogno tonfa dentro la casa.
I mobili scossi alle radici.
Sulle pareti i quadri battono i denti.

*

In cucina la donna grassa tira uno spago legato alla maniglia.
Un colpo secco.
La porta si spalanca.
Entra il vento.
La casa sussulta, i muri
si stringono alle fondamenta.
Il vento li sfrega con una carezza.

*

La ragazza che dorme
ha una storia dentro la bocca.
Di notte la bocca si schiude,
le parole sgorgano come una bava.
La storia si srotola sopra un filo, entra nello specchio.
La ragazza si disfa come un gomitolo,
parola dopo parola.

Nella stanza accanto, la bambina
dentro l’uomo che dorme è calda come la cioccolata.
Diventa i denti, l’alito, il viso dell’uomo.
Si gonfia a ogni respiro.
Gli occhi come due campanelli mirano il vuoto.
L’uomo pompa un latrato nel ventre della bambina.
La bava lo schiuma.

Lontano, una folata rompe gli ormeggi.

Sussulti.
Schiocchi.
Colpi secchi.

La donna grassa inforca un’altra cucchiaiata.
Ha le guance lucide, tese come un palloncino.
E’ ferma davanti alla porta spalancata.
Il vento la scala come una montagna.
Si gonfia a ogni boccone.
E’ vicina allo scoppio.

La destinazione è la macchia
che si allarga rossa sul muro.

Ora la casa è matura come un bubbone.
Un cervello puntato all’universo.
La fine di qualcosa, di sicuro.

 

Iole Toini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nera

Hugo Urlaker

Mio sangue perfetto, tamarindo
la tua maniglia è chiostro per ciechi
è pube fulvo;
lucido come la felce nel piovuto
come la canna d’ogni fucile nell’agguato.

Sangue mio umile e barbaro, gentile

nell’orinare hai spazi di melo, addii tremendi
l’intensità di quelle fornaci, notte giorno
la pelle proletaria delle mie madri in piazza;
come tenaglie ai banchi d’arance, come uccelli
di campanile e bronzo speciale.

Sangue santo, Ignazio e Sebastiano

mia donna delle grazie

sangue perfetto in piedi d’ulivo
sangue e vino

fammi mangiare il cibo dei ricchi, uno soltanto
sotto la gonna tua di vaniglia e citronella.
Ché nuda sei l’America intera, e il sant’uffizio
la tibia dei miracoli e il pozzo,
il ventre d’oro.

Massimo Botturi

Solo con il pensiero

Heather Palleiko

a mia madre Maria Cannistrà

 

solo con il pensiero potrebbe disporre lenticchie
nel piatto con l’acqua
e riporle nel chiuso dell’armadio
perché germoglino senza verde
e sarò io per il giovedì santo di questa Pasqua
a fare sepolcro di esili pallidi steli
e apparecchiare il suo altare

Jolanda Insana

Talvolta

Madalina Jordache

Talvolta lei entra nel mare
― è una donna di mare ; –
e nota sulle sue mani
una certa solitudine giunta
con il vento che spezza,
che urta la quotidianità dei giorni…
s’impossessa delle trincee,
delle dune protette
cerca un itinerario
che non somigli all’abisso.
Al riparo dei mormorii del mondo,
ci sono le paludi
dove certe specie fanno il loro nido,
delle strade a tornanti che bisogna conoscere,
ma anche il mercato coperto,
le chiese a volte rosse,
vengono il desiderio e la valanga
di parole silenziose.
Si, talvolta il desiderio.

Io, che fuggo.

Danielle Fournier , trad. Blumy

Il cerchio

E proprio dell’amore essere centro
e insieme circonferenza. Lei, perno
fisso girando solamente su se stessa
e più dentro affondando le radici nel

suolo. Lui, l’asta che camminando in
tondo (e in fondo senza troppo scostarsi)
traccia la sua tersa circonferenza. E
sono due in uno.

Ma io da sola sono perno e asta
e roteando su me come il pupazzo nella
Giostra del Saraceno traccio col braccio
teso nell’aria un vuoto cerchio. (E mi

deriva solo dall’urto il moto).
Roteando veloce allora scopro che il giuoco
è proprio questo, questo colpirmi
mentre sto infissa a terra. E mi rigiro nel mio
cerchio vuoto.

Bruna Dell’Agnese

(dove, madre?)

L’odore della terra che riposa dai lutti
è la sera, e i respiri, l’abbandono. Segnali
marcano la gola, cane senza coda la memoria
mi viene incontro sconosciuta,
ai lampi, la casa oscura, dopo Mantova,
franata e sospesa nella solitudine di acque incompiute
del mezzo fiume di larve e cromature di barche a secco.
Perfette nelle mani e deboli, ostinate,
anche le madri senza frutti: quelli cavati,
un ghirigoro a strappo, per liberare il male dal suo stupore.
A chi fa loro visita, una consegna, in un foglietto
l’allarme, la promessa, la fantasia di figlia
e scrive:  metterò ali di falco e volerò
verso la casa mia.

Un viaggio fulmine non usurpato, in noi sta il topo,
la preda mai catturata, mai veramente nata – e rivoltoso
il cielo offende le stelle, se ne libera, nel buio libero.

L’acqua dal cielo arriva in uno scisma d’aria
un ballo elettrico di nuvole, la notte nel vago schianto.
Siamo lontani con un silenzio a dire il diviso,
di noi dai corpi
da te l’uguale, fedele a te più di quanto un volto,
il mio – che appare prigioniero di un lampo dentro il vetro –
lo sia a me stesso.

Mario De Santis

Un orologino rosso di sangue

Montserrat Gudiol

Io che cammino dentro le mie stanze e nel mondo
ancora bruco o farfalla agonizzante
una macchiolina di colore     un ticchettio lontano
un orologino rosso di sangue e arterie,
sono sempre qui al punto di partenza.

E la partenza e il punto d’arrivo sono uguali.
Non c’è cammino  non c’è strada.
Soltanto il mio respiro, la fatica di andare
senza una luce in mano, il senso d’essere
piccoli e soli
e che nessuno ascolti il nostro piangere.

Blumy

Canzone per mia madre

Magdalena Wanli

Il canto di una donna
dai capelli sconvolti

(era il tempo dei gabbiani
ma il mare era asciutto)

Dalle magre braccia cadevano
Frutti maturi d’autunno,

Dalle gambe scorrevano
Acque morte di abbandono

(Un bimbo riuniva
i capelli disfatti)

Gabbiani non ce n’erano
E il mare era asciutto.

Eugenio De Andrade

Come le stelle e la luna sopra noi

Lucio Lepri

Madre che stai dentro le mie tasche
o tra le pagine di un libro;
tu ch’eri passero fragile
e ombrello che mi riparava,
cancella, ti prego, la ruga dell’assenza,
svuota del silenzio queste stanze,
regalami parole e sorrisi e la luce che consola
come quando gli occhi guardano in alto,
e altro non si sente che il respiro del mondo,
il rumore lieve della vita che si muove
come su un filo sottilissimo,
così come camminano le stelle
e la luna sopra noi.

Blumy

Fiaba della V stagione

La ragazza che abitava gli oleandri
ad est della piccola luna
ha seguito la scia dorata
delle barche silenziose

(mentre, poco più sotto,
giocavano con i suoi piedi bianchi
i pesci colorati dell’infanzia)

e l’icona del delta si è disciolta
nel sonno del grande azzurro

(il placton degli anni di primavera
splendeva come tutti i sogni caduchi).

Sbocciava sulle labbra alla ragazza
un sorriso di monti lontani
e un lotus bianco,
tra labbra e cuore.

Blumy,  archivio

Da La vita nomade

Brooke Shaden

Oh mollare gli ormeggi
partire partire
Non sono di quelli che restano
La casa il giardino tanto amati
non sono dietro ma davanti
nella splendida bruma
sconosciuta

E’ la terra che s’allontana
o l’orizzonte che s’avvicina
non si saprà mai in queste grandi distanze
tenere la misura
di ciò che si perde o di ciò che si raggiunge

Per andare fino al limite del tempo
quali scarpe quali sandali d’aria
no niente
O tenero giorno come un sottile filo d’estate
attorno alla caviglia

Ma il cerchio d’argento
nel piccolo pugno del bambino d’arcobaleno
mi conduce al deserto
Una donna nomade vi ha inciso
tutte le tracce di uccelli feriti
e seguendoli a poco a poco s’è persa
nelle sabbie

Anne Perrier , trad. Blumy

Corona

Rafal Olbinski

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
E’ tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
E’ tempo che sia tempo.

Paul Celan

A occhi chiusi

Jerry Uelsmann

Quando chiudi gli occhi, vedi un poema.
Svuotato dell’intensità di tutte le cose che desideri in segreto.
Ti evoca una stanza imbiancata di recente a cui
L’estate si è scordata di chiudere la porta e le finestre.
Ma anche questo non è che una insufficiente allusione alle
—————————–immagini del mondo fisico.
Non esistono entrate e uscite da questo poema.
Questo poema è sostanziale e aeriforme.
Le persone che vi lievitano, le metafore
Appese alle sue pareti possono venire subito disperse
Da un giro d’aria galattico e amalgamate in qualcosa d’altro.
Due nuvole spoglie in procinto di fare l’amore
Vengono risucchiate dalle stelle e soffiate nella nube
Di un cinghiale sgozzato, circondato da grigie spire
Di fumo di tabacco di mio padre che osserva tutto,
Nascosto in un angolo oscuro del poema. È molto
Probabile che sia lui il vero autore di ogni canto.
Non lo scorgi nel buio finché non si fa avanti da solo,
In silenzio, con le mani ti copre divertito gli occhi
E chiede: Chi sono? Mi ucciderai? Sei mio?

ALEŠ ŠTEGER

(tregua)

Anke Merzbach

Mi preparo dal primo vagito:
quando il dolce fiato mi cadde
di schianto sulla pietra della terra
imparai l’arte del commiato.
Ogni giorno dai capelli, da un’idea
in modo che il passo mi fosse
leggero. Ho calcolato male:
nutro rimpianti
e ho ulcere alle mani
La mia porta da tempo
chiusa
nell’antro dell’agonia.

 

Fortuna Della Porta

 

Fermarmi vorrei

Eyvind Earle

Fermarmi vorrei dove s’aggruma la gioia,
non un oceano con onde altissime da sopraffarmi,
tutto ingoiando la sua potenza senza sguardo.
Non so dove si trovi, fuori di me,  della casa
dove i giorni si abbattono lasciando impronte
di polpastrelli duri, nella terra che calpesto
leggera  veloce, io,  sempre ad inseguirmi e mai
a raggiungermi; o forse in alto, sopra la mia testa,
dove s’incrociano lune e miracoli
e dove giungono, levitando, solo gli amanti?
O, forse, la gioia è un luogo, forse un precipizio
in cui si frana all’improvviso, in cui ogni passo
fa germogliare un fiore ed un sorriso.
Là vorrei  fermarmi, ma non è più tempo.
Il tempo è corso via, s’è consumato
come tutto ciò che si consuma.
E, piano, ha cancellato tutto:
il tempio di conchiglie, la mano che, sicura,
scriveva  del tempio, della gioia e del tempo.

Blumy

Da Vai dove

Alex Alemany

Padre mio che fine hai fatto da quando non ti si
vede più
Hai aggiunto luce al cielo
Sotto quale astro stella ester se sei tu che osservo
Ho ancora della sabbia nelle orecchie nella vita corta
le giornate lunghe
Io t’invento stagione verde voce bianca nel tempo
che passa o che faccia
Dimmi quale nube nascondino grossa come una
casa
Cullami come una scala beccheggia

Valerie Rouzeau

Non farmi così sola

Bill Viola

Non farmi così sola come il vento
che si dispera in questa notte fonda
fino a morirne, interiormente sola
non farmi, come già sono da viva,
sotto la volta immensa dove è nulla
la nostra pena. In punto di lasciare
questa mia fragile vicenda, tutte
le mie dolci abitudini, e la gioia
che spesso segue all’urto del dolore,
voglio adagiarmi su una zolla d’erba
nell’inerzia, supina. E avrò più cara
la morte se in un attimo, decisa,
piano verrà, toccandomi una spalla.

Giovanna Bemporad

La morte del poeta

Sheila Giolitti

Per José Lezama Lima

Un giorno l’alba lo trovò senza sonno e quando fece per
alzarsi scoprì quello spasmo ai bronchi. Non sorrise. Era
un’ora tranquilla, domestica. In mancanza di un bel
pensiero, ripassò mentalmente il giorno: se due mattine si
somigliano troppo, c’è poco da decidere. Cercò, quindi, di
sedersi sul letto.
E’ necessario, disse, aprire il coperchio di questa grande
cassa sommersa: Lo vide quasi scritto sul bianco del
lenzuolo. Una soluzione poteva essere riempire gli spazi
vuoti: l’altra, spezzare la corda d’ormeggio. Contrasse il
volto con dolore e fu come se superasse i confini del letto.
Piegò la schiena e guardò lo specchio. Vide riflessa
l’immagine amata che leggeva il Salmo 23. Anche il volto
della madre emerse dallo specchio. Apro la porta, pensò,
e non apriva nessuna porta. Abbagliarsi di nuovo. Che
perplessità il giorno nudo! Le luci passarono come arazzi
di fuoco. Si girò un poco, ascoltò il suono dei suoi propri
passi che si facevano inudibili, e gridò: E’ il giorno!
Sebbene entrasse in una morte dolce e attesa.
E quando alla fine, grazie a uno sforzo supremo,
cedettero le cerniere intorpidite della cassa, lui era
dentro, con le mani slegate, come nei giochi di prestigio.
Raccolse il cuscino caduto e si alzò.

Abilio Estévez

Fumo

Emile Morel

Si sono aggirate dentro i miei sogni d'argento
di notte in notte
le donne tartare dalle grandi mammelle
e un cavallo schiuma,
ha battuto le grondaie la pioggia,
sui tetti di lamiera
sulla scaletta di un accordo
si é arrampicato su e giù
il pianoforte senza sosta,
era settembre
oppure fra settembre e ottobre
un mese in cui nessuno ha conosciuto nessuno?
fumo di sigaretta in una stanza e silenzio,
ci eravamo riuniti Vladimir, Sergei e io,
quanto era privo di senso suicidarsi,
non suicidarsi.

Ho girato dentro un sonno d'argento
dietro alle selvagge cavalle bianche,
sono passato velocemente davanti alle mie fasce
e alla mia pietra,
ho visto: in una stanza incendiati tutti
si erano riuniti
il Tempo che avevo trafitto, il fumo di sigaretta,
il proiettile uscito dalla canna-
mi sono svegliato, mentre stavo per fermare:
due treni in me scontrati.

Enis Batur