Gli amanti ciechi

René Magritte

Erano ciechi gli amanti,
sono soli
————–mais tombait la neige
faceva pena vederli quando da soli dicevano
di essere uniti, e piangevano,
e adoravano il nulla sull’altare dell’amore.
Quand tu seras bien vieille
scoprirai che il tempo
è l’unica certezza, brucia i volti
e incenerisce l’anima
e che alla fine soltanto l’illusione del ricordo
ti dirà che non fosti, in quel bacio, da solo.

 

Leopoldo M. Panero

Valzer

Ben Tour

Sono così sgargianti i giorni, così chiari,
che la polvere bianca della disattenzione
copre persino le rare esili palme.
Le serpi scivolano silenziose nelle vigne,
ma alla sera il mare si fa cupo e i gabbiani
sospesi nell’aria si muovono appena,
punteggiatura di un più alto scritto.
Sulle tue labbra una goccia di vino.
Le montagne calcaree all’orizzonte si dissolvono
lente mentre una stella appare.
La notte, in piazza, un’orchestra di marinai
in uniformi bianche immacolate
suona un valzer di Šostakovic; piangono
i bimbi, come se intuissero
di cosa parla quella musica allegra.
Siamo stati rinchiusi nella scatola del mondo.
L’amore ci renderà liberi, il tempo ci ucciderà.

Adam Zagajewski

 

 

Una spiaggia di sabbia bianca

Una spiaggia

di sabbia bianca.
I rottami d’un pianoforte nero teneramente torturato.

Il mare, la sabbia.
l’uno plasma l’altro e l’altro rasserena l’uno.

La sabbia muore in larghi smerli
nell’istante stesso in cui nasce il mare.
Tu posi la punta del tuo dito su questo preciso istante.
Credi di toccare la tua morte.

Ascolti il pianoforte del mare.

La musica è bella, così bella.
La musica non è semplice.

Neppure tu.

Marc Delouze

Ha indossato la camicia

Brooke Shaden

Ha indossato la camicia, ha preso l’ombrello
non ha detto parola
nemmeno io.

Dopo che se n’è andato
sono rimasta innanzi allo specchio
ho estratto la lingua
per vedere se erano rimaste impigliate delle parole.
Purtroppo ho visto solo muscoli e vene.

Ho ritirato la lingua
sono scoppiata a ridere
la risata non è una parola – poi ho infranto lo specchio.

Da quel momento
ho continuato a infrangere specchi
invano
cercandone uno
che non riflettesse
più, uno specchio
che infrangesse me.

Aisha Arna’ut

manca sempre qualcosa

Sun Mi Han

manca sempre qualcosa

al tutto che ho tolto

ma lo compensa il salto

con tutto quel che ho avuto

*

e quando sono con lui

dall’anfratto stretto

sullo strapiombo

posso beata guardare

l’orografia della mia avventura

*

mi espongo al sublime

senza alcuna paura

e mi riconosco:

stesso destino di un dettato geologico

per grazia di coerenza

tra il principio e il fine

 

Fiammetta Giugni

Non è vero che è fiaccolata via

Suzana Villaverde

Non è vero che è fiaccolata via   lasciandomi
le contrazioni nervose della sua coda
dentro le vene delle mie mani.
Non è vero che il dolore ha ammazzato la festa
sparandomi negli occhi
mentre la guardavo scivolare via.
Lo so. Non mi confondo.
La magnificienza della bestia è in me.
Mi trema in corpo.

Chiudo la faccia   annerisco di colpo
canicola e plenilunio. Terra enorme al buio.

Lacrime pietrisco nel diluvio
bucano la pancia del tamburo.

Anna Maria Farabbi

Quantopiù il silenzio si espande tantopiù si gonfia il cuore

Madalina Iordache-Levay

La mia cassa di risonanza è muta.

Le parole tacciono in un angolo,

le costole premono, soprattutto a sinistra.

Quanto più il silenzio si espande

tanto più si gonfia il cuore.

La pelle è tesa e sottile,

e fatica a contenere

quello spazio dilatato a dismisura,

quel vuoto che prima era armonia.

Adesso è una prigione.

Non c’è nessun recluso.

Sono soltanto io la prigioniera

della mia mutilazione.

Blumy

Non ci sono novità

Anke Merzbach

Non ci sono novità amico mio
hanno scannato la luna e il suo sangue
mi è finito tutto sopra il capo
tingendomi i capelli rosso fuoco

Ho impagliato le stelle nel cielo
col vento che mi diceva di non farlo
come tu impagli le stelle del cielo
così il cancro farà con il tuo seno

è grande è grande è grande
l’abisso in cui mi sono ritrovata
è cisterna di olio per una formica
la giungla indiana per un merlo cieco

Assunta Fininguerra

Piccolo paradiso

Right In the heart of the Ethiopian capital Addis Ababa is a small orphanage called “Little Heaven”. One of the orphans, Lydia, is 13 today. A truly joyful event, because she can now move to the ‘other house’ where all of the ‘big kids’ live. Unfortunately this special day is overshadowed by the shocking news delivered to her by the head nurse: Lydia is HIV positive.

The other children in the new orphanage do all they can to support Lydia. At first glance, they look like any normal group of young children: they go to school, they play together in the courtyard of the orphanage, and they have fun laughing on their bunk beds.

The children in the orphanage live as independently as they can. Apart from taking their daily dose of medication they try as much as possible to exclude the burden of illness from their daily lives. However, Lydia suffers quite a lot with her own health and is continually confronted with her illness during frequent hospital visits. “I sometimes feel like a chemist shop with all the medication I have to take,” she sighs. Lydia’s illness also prevents her from doing what she absolutely adores the most but no longer has the strength for, which is dancing.

The children in the orphanage receive news that the students with the best results can go to a better school in the coming year. This news encourages Lydia to persevere with her illness, and towards her dream to become a teacher later on in life, and she is now more determined than ever before to make this dream come true.

Lieven Corthouts

Lydia non si arrende alla malattia e continua a studiare.  Il suo sogno di diventare un’insegnante domani potrebbe avverarsi.

Epifania dell’azzurro

H. Leung

C’è un colore azzurro dietro la casa,
ma non sai più da dove sia venuto:
Da una barca ricoperta di viole
o dal mandorlo che si apre come una colombaia.

Allora non sai più da dove è venuto tutto,
chi fece il volo degli uccelli
o i sogni della bella addormentata,
chi ti guarda nascosto dietro la memoria?

Nel colore ti avvicini all’origine
di ciò che ha perso le orme,
esci nel cortile e tocchi la sua epifania
che ti sale nelle mani come la prima volta

Giovanni Quessep

Andarmene, partire

Shiza

andarmene, partire, no, è fin troppo tardi
e poi è già un purgatorio questa vita
in cui si finge che si debba andare avanti
a chissà quale traguardo e tagliare
il nastro colorato, ricevere una coppa
e applausi, tanti, per essere arrivati,
per aver sopportato o fatto finta d’essere
felici, ognuno con il proprio sorriso
rabberciato,  un’alzata di sopracciglia,
tutta la messe dei ricordi aggrovigliati
dentro la tasche (e cerco, forse,  qualcosa
di bello da tenere stretto, metterlo
dentro a un libro come un fiore, forse
si trova, come al mercato la bella frutta
fuori stagione). aspetto con pazienza,
o forse non aspetto più : su quest’ultimo
binario i treni sono partiti tutti, forse
devo tornare, aspettare ancora …

Blumy

La Vergine e la Pietra


Questa donna caricando una pietra potrebbe intendersi così: La Vergine e la Pietra: le è stato annunciato il peso del mondo.
Carica una pietra come altri la propria croce. Una croce:
si dice dell’albero più recente nel paesaggio: albero artificiale
il cui frutto è un cadavere naturale. Pesa la pietra come un bambino morto:
no: non come un bambino morto,ma come un bambino annunciato:
pesa la pietra come un imbarazzo: le pietre non sono morte:
le pietre non sono nemmeno state vive: le pietre stanno
per nascere. Nasceranno le pietre, ma  mentre
ricostruiamo il tempio parola per parola. Una pietra:
una pietra che cade: una pietra spezzata non è due pietre.

Luis Felipe Fabre trad. Blumy

Adesso

Susan Littlefield

L’abbiamo detto in cucina. Lo dice col muso riccio, dalla
testa al piede liscia invece quanto un capello: Sarenco
le esce di dietro, sborra. Dolce,
tanto. Comincia
l’inverno in cui
le mosche intrecciano le zampe, vanno di lato come
granchi, si mettono a vomitare. La sanno già
tutta, la vita, e quella anche dei
capelli, dove cascano per errore. C’è
da preoccuparsi che diventano umane, per non
pestarle. Così lei, pura di vino, ride, ma nel collo
casca: una casa storica del centro, la
buttano giù. Finita. Tutto
ciò che ci tortura è piccolo, freddo, andante. Però
su lui non sa mica scherzare. Gli
perdona ogni giorno che passa.
Nel grande mondo non sa più
stare bene. Si capisce
che arriva l’inverno. Forse
ai salmoni piace il dolore, alla saliva ai
piatti, ai Russi. Spostano il tempo come un bicchiere
e le nere foreste di sborra quanto un’oliva nell’olio
l’hanno davanti, nel secolo d’ora in cui
parlano. Ma le mosche loro
adesso muoiono. Io
me le porto via, al mio indirizzo, sediamo e domani ci
porterà il più bel giorno diverso.

Cristina Annino

Dice che non ha tempo

Hugo Urlaker

dice che non
ha tempo
per andare a un letto
dove lei si distese
pensando che lei non
ha tempo da perdere

poi si lavarono la bocca
poi si strofinarono con parole
di scusa
quando il lamento
lasciò in piedi la menzogna
tra polvere e lenzuola

c’era odore di urine
mal lavate
che al profumo si mescolavano

io ero quell’uomo

Reynaldo Pérez Sò

Il posto delle fragole

George Daubner

Il posto delle fragole me l’hai inventato tu.
Era l’ottavo giorno, chiamato costruzione.
Un piano sopra quello di dio,
meravigliato, che fopo il pruno e il salice
ci fosse ancora oro.
Ancora una dolcezza infinita da scartare.

E’ il tuo capolavoro ricordalo, hai la chiave.
Se la donassi a me la getteri nel lago
soltanto per guardarti la gonna quando piega
e larga poi fa cerchi sull’acqua, silenziosi.

Il posto delle fragole è qui, che m’hai nutrito
col latte di chi fonda città
e dà nome ai fiori. E questo bell’andare
che ci matura al sole, è la gentile ombra
che ci facciamo dopo.
Servisse un’occasione di esserlo davvero, vicini
quasi dentro, alla felicità.

Massimo Botturi

Il mare ti rimette in piedi

Samy Charnine

Il mare ti rimette in piedi. E’ calma piatta.
Un campo di fibre di luce ti tiene per mano. Ora hai
lasciato
questa sponda. Ora sei nel vento di una vela invisibile.

———————————***

Pur potendo urlare il tuo nome
canto a bocca chiusa, e la casa tremola
nell’acqua, l’eco, l’imponente corpo dell’assenza.

Mirkka Rekola  da Chi legge con te

Biglietto da visita

Mai vi direi del mio male nella bocca
del sangue che ha sapore del ferro
quando m’alzo, e sporco il lavandino
di gocce calde e scure.
Vi direi mai d’otto peli grigi al mento
del tonfo di campane a noleggio nella pancia;
la cena un po’ indigesta
c’è tutto da lavare.
Vi direi mai del rumore dei vicini
le loro grida idiote ad un gol; quell’abbaiare
che fanno i cani troppo nutriti e un po’ annoiati.
Del mio ginocchio soldo bucato
delle tasche, dove ho perduto cose da ricordare.
E gli occhi
dell’impiegata in cerca di supplica, nei miei.
Occhi che han preso gli insulti, forse botte;
che han fatto solo ieri l’amore
ma era niente. Un viaggio su una strada bagnata
senza scarpe.

Massimo Botturi

Fumi

Zhang Jie

E’ tranquillo il pomeriggio al caffè. Passa
la bambina che chiede e
si chiama Marì. La sua tristezza
calpesta la città e i volti
che diedero la loro vita per la vita e
la bambina ripete.  Il sogno
è un libro arrotondato, getta fumo
come se fosse un forno grande. La sua mano dice
che il mondo è concavo.

Juan Gelman

Io non so se duole il passaggio

dal sito etsi.com

Io non so se duole  il passaggio

nella cruna dei giorni,

o se è il senso di questo andar via

con le foglie,  col sole,  nel  vento;

particelle senza un destino

se non quello di consumarsi

col tempo,

come il tempo che scivola via ,

moscerini  sulla faccia del tempo,

rughe sulla faccia di Dio.

Blumy

La creazione del mondo I

Hugo Urlacher

Una volta e ieri
(quando nei lampioni si convelle la carne cruda del fulgore)
bacio i tuoi tendini, i tuoi occhi, le vene
con la bocca piena, spaccata a sangue.

In fondo al giardino in clinica la luce è ancora accesa.
Dai Novák – sui tavolini con scacchiera –
è tutto spento.

Una persona,
che ripone nelle scatole le pedine scadute

e che conosco di vista,
apre la porta al mio passaggio e s’inchina.

Petr Halmay

 

Io a Firenze ci andavo

Oksana Merzlyakova

Io a Firenze ci andavo per le gatte e per la bici.
Scendevo dal taxi pervasa
da un’aura di pensieri profondi
che davvero non facevo– ma tu li immaginavi
e me li spiegavi, tra i ceci e la salvia del giardino.
Ci andavo per le gatte rosse
e per le bici sul Monte Morello,
nei dicembre di luce trasversa e gemme
immobili – ero infinitamente bella
e spesso sbronza. Falsamente colti
un po’ arguti, gareggiavamo a parole e ricordi
lungo le colline fiesolane – finendo ad ascoltare Sclavis.
Io a Firenze ci andavo per le fusa delle gatte
e la bici nel gelo – mica per il jazz.

Fosca Massucco Fazio