Lettera al mio amico Emilio Piccolo

Addio, Emilio, amico mio.  Dove sei, adesso che non ci sei più? Dov’è andata la tua voce, il tuo respiro faticoso, la tua gentilezza di poeta?
 
Sei adesso quell’albero che porge i suoi rami e le sue fronde agli uccelli per raccoglierne il canto?
Sei il balcone fiorito che si affaccia su un vicolo di Napoli e si veste di sole e di canzoni?
O sei il mare che sciaborda tra le barche colorate, sei quell’onda leggera che va e viene accarezzando la riva e che gioca a rimpiattino con i gabbiani?
 
Sei ovunque e sei ogni cosa.   La tua voce rimane.   Rimane il tuo ricordo.
 
Rimani tu, per sempre, oltre ogni piccola contingenza terrena.
 
Rimani vivo, forte come ti incitavo ad essere e come lo sei stato; più forte di ogni malattia e più forte di quella teoria in cui tutti crediamo e che ci fa orrore.
 
Tu, Emilio, ci sei e ci sarai per sempre.
Allora non ti dico più addio, come l’ho detto all’inizio di questa lettera, ma ti dico addio alla prossima volta, alla prossima telefonata, alla prossima poesia.

Blumy

Migrazioni


Ci sarà il sole? O la pioggia ? O nevischio?
madido  come il sorriso posticcio del doganiere?
Dove mi vomiterà l’ultimo tunnel
Anfibio ? Nessuno sa il mio nome.
Tante mani attendono la prima
rimessa, a casa. Ci sarà?

Il domani viene e va, giorni da relitti di spiaggia.
Forse mi indosserai alghe cucite
su falsi di stilisti , con marche invisibili:
fabbriche in nero. O souvenir sgargianti, distanti
ma che ci legano, manufatti migranti, rolex
contraffatti , l’uno con l’altro, su marciapiedi
senza volto. I tappeti invogliano ma
nessuna scritta dice: BENVENUTI.

Conchiglie  di ciprea, coralli, scogliere di gesso
Tutti una cosa sola al margine degli elementi.
Banchi di sabbia seguono i miei passi. Banchi di
sabbia di deserto, di sindoni incise dal fondo marino,
poiché alcuni se ne sono andati così, prima di
ricevere una risposta  –  Ci sarà il sole?
O la pioggia ? Siamo approdati alla baia dei sogni.

Wole Soyinka-

Negarlo

Le rêve de ce fond de la nuit qu’ils nomment Dieu
Yves Bonnefoy

Negarlo, cercarlo, rinnegarlo.
Guardare se ci abita dentro,
e quel silenzio vacillante
è la risposta.
Guardare l’erba,
che brulica d’insetti
e, mentre scivola via una nube,
scintilla.
Cercarlo nella terra,
affondando le mani,
scavando piccoli solchi,
come formiche che si fanno il nido.
Cacciarlo dallo sguardo,
dall’oro che si rovescia col tramonto,
cacciarlo dal cielo e dalla terra,
chiudergli la nostra porta.
Cancellarlo.
E poi sperare che abiti davvero
in qualche parte d’universo,
piccolissimo e immenso.
E che ci entri dentro col respiro.

28 luglio 2012  1.30

Ilaria Seclì

la stessa forza del fiore che apre, la pioggia che si svuota, il muro secco inginocchiato e la nuca giunta alla prima comunione con il sole. arriva la
voce squarciante e sa la formica accanita, sa il silenzio di santuario, l’ammasso di colori alla poltrona.
guarda che l’estate non seppe il nero e tanta ne voglio e cerco ancora. tu, campana che scocchi lontana e spalanchi al palmo il mare che la bocca di febbraio strinse. per i segreti cassetti del monte sommerso che il marinaio pregò e il pesce ebbe confidente. porti la conchiglia all’orecchio per ricordarmi il suono delle madri.
io, sposa del dio estinto. del figlio perduto. se il cielo rovescia ancora
quello che la terra solleva, tu al centro tieni e afferri, gomito che sposti
alla misericordia della valle senza vento.

Ilaria Seclì

Una voce

Masao Yamamoto

Ascoltami rivivere nei boschi
Sotto le fronde di memoria dove
Io passo verde,
Calcinato sorriso di piante antiche sulla terra,
Stirpe carbonacea del giorno.

Ascoltami rivivere, ti guido
Al giardino di presenza,
Abbandonato a sera e coperto d’ombre,
Abitabile per te nel nuovo amore.

Ieri deserto regnante, ero foglia selvatica
Libera di morire,
Ma il tempo maturava, nero lamento dei dirupi,
La ferita dell’acqua nelle pietre del giorno.

Yves Bonnefoy

 

13 giugno 1981

Beatrix Martin Vidal

Intrufolato ecco com’ero
Come caduto giù dall’albero
E conficcato spina improvvisa
Nel fianco della terra

Cieco alla luce
Solo battito e il filo delle voci
Mentre prima battuta è la certezza
Che la sua mano tiri fuori
Il corpicino dal suo guanto umido e freddo

E sono inquieto ed impaziente
MI assesto nel mio varco
E scalcio

E poi passa di qua
Il signore del tempo
E mi rammenta che ho una dimensione
A me che ho solo 7 anni

E non ci sono dita per le dita
Né cavi tesi sopra un ponte
Fra la mia solitudine e lo stento

Dio che spavento.

Non posso, non ho strumenti, non ho protesi né ganci
Passeggio in affannoso solco
E guardo solo sbieco
Quello che mi riguarda sottolinea
La ferocia della mia impotenza
Figlio comprendo Padre accolgo
Persino la ferocia di lasciar andare

E’ buio piano senza note
Le voci si confondono
C’è una stanchezza che mi rode

Sono lo scricciolo senz’ossa
Il corpicino
Son l’ombra di un bambino

Passan le ore e sento il vento sulla pelle
Si apre questo spazio intorno all’epidermide
Non ho ferite sono aperto
Alla consegna della voce e della mente

Vedo le ombre farsi gialle e arancio
I suoni dell’esterno confondersi ad un pianto
Che non è mio e non odo

Mentre voi fuori mi tenete al filo della modernissima potenza
Mi lascio scender leggerissimo
Nella bellezza — Non è niente

Precipito rallento infine plano
C’è il cielo sotto il mondo
E tu che ascolti
dillo al Padre e dillo piano.

Nerina Garofalo