Io sono una donna

Georgy Kurasov

Io non sono una donna. Sono una cosa neutra.
Sono un bimbo, un paggio e una decisione ardita,
sono un raggio ridente di sole scarlatto…
Io sono una rete per tutti i pesci voraci,
sono un calice a onore di tutte le donne,
sono un passo verso il caso e la rovina,
sono un salto nella libertà e nel sé…
Io sono il sussurro del sangue nell’orecchio dell’uomo,
sono una febbre dell’anima, della carne voglia e rifiuto,
sono una targa d’ingresso a nuovi paradisi.
Io sono una fiamma, che cerca vivace,
sono un’acqua, fonda, ma audace fino al ginocchio,
sono fuoco e acqua in rapporto leale, e senza condizioni.

Edith Södergran

Ti son cresciuti fiori dentro le ginocchia

da flickr

Lo sapevi, mamma,  che da vecchi le ossa fanno fiori?
Mente che non poteva mentire, un tempo lattiginoso
sospeso nel tempo, parole che annegavano nel vuoto.
Sono qui, piccola mia, dammi le mani, camminiamo
piano lungo il corridoio, il corridoio lungo.
Sono qui, sono io, mamma, vieni, ti metto il nastro tra i capelli.
Quanto pesi!, mamma, figlia, mamma.
Ti son cresciuti fiori dentro le  ginocchia ? Non sai dirlo.
Cammini con le gambe piegate, sembri trascinare
con te le mattonelle, sembra che i muri
seguano il tuo cammino lento.E anche la casa.
Ha cominciato a fare crepe quando hai cominciato tu,
improvvise,  a volerti accompagnare nel declino tuo.
Elsa! Ti voltavi, una lucina s’era accesa, un filo tremolante,
un’intermittenza vaga , una lucciola dentro la tua testa.
Mamma con le lucciole, mamma con i fiori dentro le ginocchia,
ti seguo come allora, ti accompagno nel silenzio
di un angolo nascosto, fresco di felci e ombra chiara,
dove limpido scorre un ruscello d’acqua,  e canta.

Ragnatele

Fabio Keiner

Non essendo poeta, la tennero annebbiata per mesi, in compagnia dei suoi amici ragni, a tessere insieme una ragnatela di protezione. Incessante la veglia e il sonno si alternavano e ad ogni risveglio un filo di seta legava il pensiero al suo letto d’internata. Finché accadde che lei, non poeta, bozzolo incompreso e fissato al ricordo di viole appassite, saltò dalla finestra, incurante della sporcizia che avrebbe lasciato sul selciato. Per un attimo rimbalzò a terra, i ragni fecero dei cuscini con le zampette. E un sussurro di mille vocine arrivò al suo animo confuso: non sei poeta, non lo sei. Altri lo dicono ma tu sai di te.

L’interno della sua privatissima gabbia esplode in mille frammenti, piccoli fogli inchiodati ai muri.

Il terreno sottostante generò, nella caduta, una grazia a lei sconosciuta. E andò via.

api

Che si ama quando si ama, mio Dio

Diego Dayer

 

Che si ama quando si ama, mio Dio: la luce terribile della vita
o la luce della morte? Cosa si cerca, cosa si trova,
che cosa è questo: amore? La donna con la sua voragine, le sue rose, i suoi vulcani
o questo sole infiammato che è il mio sangue furioso
quando entro in lei fino alle ultime radici?

O è tutto un immenso gioco, Dio mio, e non c’è donna
e non c’è uomo ma un solo corpo: il tuo,
diramato in stelle di splendore, in fugaci particole
d’eternità visibile?

Muoio in questo, o Dio, in questa battaglia
d’andare e venire tra loro per le strade, di non poterne amare
trecento alla volta, perché sono condannato per sempre a una sola
a quella, a quell’unica che m’hai dato nel vecchio paradiso.

Gonzalo Rojas

Avrei da togliermi di dosso le scortesie

Jarek Kubicki

avrei da togliermi di dosso le scortesie
i vituperi degli anni avrei
da sbottonarli lungo la dorsale
restare a ossa nude
e allora tu
vedresti in esse
come il colore della vite o il sorgo rosso
non fanno in tempo a maturare che
sono già diventate impalcature

così potrei scoprirmi sagome d’aria
al posto dei polmoni
e dove c’era il cuore un foro d’ombra
un che di nebbia ancora ticchettante ma
solo per poco
e nella nudità perversa di parole
mai pronunciate – quale avarizia amara! –
mi sottraesti l’ultimo vestito
tessuto a fili di malinconia

ora che mi nascondo consapevole
nella cassetta delle cose perse della
corrispondenza mai spedita
che percorro coi gatti il cornicione
oltre le tegole
invisibile per assenza di nome
– ché non si esiste se nessuno chiama
coi nomignoli della complicità che si fa amore
anche minuscolo
poco più d’un silenzio –

e si rimane ad aspettare un cenno
leggero come un fiato.

Cristina Bove

Non dire per cosa vieni

Non dire per cosa vieni.
Lasciami indovinare
dalla polvere dei tuoi capelli
che vento ti ha mandato.
È lontana la … tua casa?
Ti do la mia:
leggo nei tuoi occhi la stanchezza del giorno che ti ha vinto;
e, sul tuo volto, le ombre mi raccontano il resto del viaggio.
Dai,
vieni a dar riposo ai tormenti del cammino
nelle curve del mio corpo
– è una meta senza dolore e senza memoria.
Hai sete?
Avanza dal pomeriggio solo una fetta d’arancia
– mordila nella mia bocca senza chiedere.
No, non dirmi chi sei né per che cosa vieni.
Decido io.

Maria Do Rosario Pedreira

Dialogo senza partner

… ‘ciò che è non è futuro, ma presente,e
così, allorché  si dice di vedere il futuro,
non si vedono le cose ancora  inesistenti
cioè future, ma forse le loro cause o
i segni già esistenti …’

Sant’Agostino, Le Confessioni

Tu, così irrequieta  perché cercavi il tuo luogo, partivi e ti perdevi spesso, non sapevi, avevi solo un sentore, e quell’impulso, quella tensione ad andare lontano. Ma poi tornavi, tornavi sempre dentro te e ci son voluti quegli incontri continui con la morte, quel parlottio a voce bassa, l’ossigeno sulla bocca e poi sentire freddo, sentire che non c’è confine  tra il dentro e il fuori. Oggi lo sai, oggi che, anche senza guardarti il viso o le mani, lo sai, come lo sapevi prima, ma era lontano, sembrava essere lontano.

‘Come stai?’

Tu zitta, con il cordless che raccoglie l’amarezza e poi tutto chiuso, quasi buio, con quel peso invisibile e tutto tuo, e l’aria , fuori, le strade, ciò che continua ti appartiene sempre meno.

E’ come se fosse cessato il vento, come se la pioggia rimanesse lì, ferma dentro la sua nuvola, come se i fiori l’erba nuova fossero di plastica.

Istruzioni per l’uso

Omar Galliani

Spogliami lentamente
sfilami prima il nome
poi il cuore
in ultimo strappami via la mente.
Ricorda di starmi sulla pelle
in verticale
premendo come peso a piombo
tra le cosce sullo sterno
aderendo bene al solco vivo
del volto.
Ondeggia sempre dalla parte
opposta alla mia direzione,
non cedere alla tentazione
di un rotondo abbraccio
mantieni la tua forma
la linea nera di demarcazione.
Chiudi sempre ogni porta:
si capisce che se scappo
tu non puoi restare
del resto non si è mai vista
un’Ombra
senza nulla da macchiare.

Silvia Rosa

Pallida l’alba

Carne Griffiths

Pallida l’alba ti trovò
con cespi di nubi tra i capelli.

Avevi tanto camminato.
Nel silenzio nuotavi.

Eri rientrata nel grande ventre
che ti cullò fino alla luce

ed ora ritornavi, lì, tra monti erbosi,
placidi laghi, schiuma, brezza marina.

Ora dormi nel cuore della terra;
gigli ti crescono accanto, rari

Quando mi restituirai l’animo

Cesar Rodriguez

Quando mi restituirai l’animo

seminato a braccio largo sulla tua strada

soffiato lento di vento a smuovere terra lontana

ché ne ho bisogno qui, ora,

fra queste mura costruite d’erbe

che rattristano precarie secche di vita

ché non dovevo dartelo, l’animo,

se ne succhiavi la linfa tutta di grazia e candore

e conservavi per te una vescica vuota come ricordo.

Dammi quell’inutile barlume che non ti appartiene,

devo ancora piantare  un sussurro di me,

su questa terra.

 

api

Nina

 

Nina dice di avere la pelle color della neve

e due occhi neri come la pece

Nina dice che anche se è giovane

per amore ha già pianto, che nemmeno una vedova

ma ha smesso, ha dimenticato

Nina adora viaggiare ma non si arrischia per un paese

così lontano come il mio

Nina dice che ha fatto la mia carta del cielo

dove il mio destino rapisce il suo

Nina dice che se voglio posso vedere sullo schermo

la città, il quartiere, il camino di casa sua

Posso immaginare l’interno della casa, il vestito che porta, i capelli, il diadema

Posso perfino indovinare che faccia fa

quando mi scrive

Nina desidera conoscermi presto

portarmi nella notte di Mosca

Ognivolta che suona questo valzer

chiudo gli occhi, bevo un pò di vodka

e vado.

 

La strada (One way)

nicoW92 (deviantart)

La porta s’apre su un sentiero sconnesso, arido, disseminato di sassi appuntiti su cui piove una  bava di luna malata.  Non ci sono cartelli indicatori, ma sembrerebbe, a guardarlo, affossarsi in un inferno di tenebre e solitudine.
Un vento invisibile ha chiuso la porta, sbattendola, dunque non c’è possibilità di ritorno.  Sola andata. Verso questo nulla gelido e tenebroso in cui il respiro fatica a trovare il suo ritmo normale e si fa affanno, cedimento.
Le mani lungo il corpo sono due ombre chiare con vita propria e mostrano i rigagnoli viola delle vene , la contrattura delle dita.
L’acqua è una visione lontana, un desiderio appeso ai rami scarnificati dei pochi alberi, tra un lato e l’altro della strada.  La gola, le labbra bruciano d’arsura.
C’è un miraggio di colline lontane, nel buio, e non si sente altro che il calpestio leggero dei passi.

2008

La donna che cammina dentro il buio

anke merzbach

La donna che cammina dentro il buio
e perde le pantofole il naso le ali finte,
che si perde perchè non ha più occhi di falena,
cammina avanti e indietro,
tra una parete  e l’altra,
tra una porta  e l’altra.
E trova occhiali persi, fogli sparsi,
specchi che si vestono di bianco
e bianca è lei come una luna,
una margherita, una farfalla,
una piccola cosa che si consuma nella vita.

Blumy

A cosa mi è servito

Jia Lu

A cosa mi è servito correre per tutto il mondo,
trascinare, di città in città, un amore
che pesava più di mille valigie; mostrare
a mille uomini il tuo nome scritto in mille
alfabeti e un’immagine del tuo volto
che io giudicavo felice? A cosa mi è servito

respingere questi mille uomini, e gli altri mille
che fecero di tutto perché mi fermassi, mille
volte pettinando le pieghe del mio vestito
stanco di viaggi, o dicendo il tuo nome
così bello in mille lingue che io mai
avrei compreso? Perché era solo dietro a te

che correvo il mondo, era con la tua voce
nelle mie orecchie che io trascinavo il fardello
dell’amore di città in città, il tuo nome
sulle mie labbra di città in città, il tuo
volto nei miei occhi durante tutto il viaggio,

ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo.

Maria Do Rosario Pedréira

Il vento

Fu il vento che mi portò da te
come un foglio sgualcito
con qualche appunto
ormai dimenticato.

E, come in un quadro di Chagall,
fummo rapiti insieme, in alto,
in alto ci sospinse, il vento,
oltre ciò che eravamo,

otre ciò che poi saremmo stati.
Poi si fermò, poi tacque,
il vento.

Sono di nuovo e ancòra
una pagina scritta e spiegazzata
e attendo la pioggia
a cancellarmi tutta.

(Maggio ’03)

La caduta degli dei

Efendi

Nel viale esiguo una piccola brezza porta con sè
il profumo dei giorni andati via.

L’iride riflette l’oro falso di un sole
che si fa ruggine scura.

Eravamo deità che tenevano il filo dell’andare.

Tutto era o credevamo fosse nostro: gli alberi altissimi,
il percorso del sole, le rose, il vento, l’amico che amavamo.

Ci apparteneva anche il sorriso incerto e coraggioso
di chi va incontro ad un futuro che, da lontanissime sponde
ed illusorie, si affacciava.

Eccolo, il futuro che non esiste, che non è già più qui
e già si è allontanato.

Eravamo deità che tenevano il filo dell’andare.

Ci muoviamo, ora, storditi, persi e disperati dentro il bozzolo
di un sogno già finito.

Blumy

Memorie del bosco

fotonomy

Ha braccia che consolano,
questa casa di vento taciuto
tra gli alberi alti
e il profumo triste dei fiori.

Qui il cielo schiude silenziosi
luminescenti varchi
e sfuma via,
come un fantasma chiaro.

Hanno brevi memorie
lo stagno
e le sue piante d’acqua.

Ma la terra ha profumo
di passate stagioni
e una musica,
che lenta si sparge.

E ricorda
che un giorno lontano
qualcuno correva felice
incontro alla neve.

Blumy

Il vento e la vecchina

Improvvisamente la finestra si spalancò e il poderoso vento di nordovest entrò con tutta la sua furia, noncurante della vecchina che dormiva nel suo letto e di tutti i suoi sogni, poggiati con ordine sulle coperte.

Il vento portò via lo scialle d´inverno con ricami di foglie appassite e la gonna rossa di una ragazza che amava ballare il valzer viennese.
Portò con sè, il vento, una collana d´ametista ed un diario, un libro di poesie , la fotografia di una fanciulla che guardava composta l´obiettivo e sorrideva al fotografo.

Si sollevarono, come in un affascinante gioco di prestigio, passeggiate nei campi (e si sentiva pure, nell´aria, profumo di lavanda e di spighe mature, d´erba bagnata di rugiada e di primavere, di inverni silenziosi , di notti in cui i fiori si allungavano verso il cielo) e colori, soprattutto colori si dipanarono nell´aria, mentre la vecchina, nonostante tutto questo ambaradan, continuava a dormire.

Nè si svegliò quando il vento sollevò perfino il letto e se lo portò via con tutto il suo carico. Neanche allora la vecchina si destò.

Il letto uscì dalla finestra come fosse stato un aereo che decolla e fu un levarsi dolce, senza scossoni, che non interruppe il sonno della vecchina.

Nella stanza, poi, entrò tutta la notte. La stanza si riempì di stelle.

La vecchina dormiva sempre e, forse, dorme ancora sul suo letto ingombro di sogni e di ricordi e il vento le spiana via le rughe e le canta la canzone del sonno.

Senz’ali

David Gilliver

e noi che sappiamo salire
solo con le gambe o con gli occhi
e resta a fondo, ancorata
come la pietra di un rimorso,
quell’ala imprecisa e goffa
che ci fa invidiare il volo delle aquile,

saliremo in un giorno qualunque,
imbragati nella ragnatela del mea culpa,
leggeri come gli aquiloni dei bambini
che giocano perduti in mezzo all’infinito,
che hanno scalato con un salto

                ——————                   e stanno lì,

nuove stelle nell’azzurro.

Velo di pioggia

Nancy Griswold

Un fruscio  come di canne smosse e colpi di vento a bussare sui vetri, meravigliano il giorno atteso, ne fanno eccellenza.

Senza pudore, le tende danzano al ritmo unendosi al culmine del primo lampo che ne cambia colore.

E finalmente chiedo silenzio,

lo pretendo, inventando una stanza inesistente nel sentire frustate sul tetto, rotolare di pietre e il fiume che ingrossa le sue vene, a cantare. Tace la gazza, il gatto, la volpe, sotto l’onda dell’acqua che imbavaglia ogni altro rumore; solo la poiana

sfida il rombo  che sale dai monti.

Piano, sulla terra, fai piano! Rallenta, preziosa,  sui fili che cercano di nascere, sulla polvere che da mesi stanzia e fa ossa

degli alberi… Piano! Scatena pure un’attesa frenata di forza e illuminami il sentiero di casa. Penombra, occupati di me in

queste mura di porte finalmente spalancate, e fammi riposare, come i bambini al suono del carillon o alla voce di madre

che acconsente al sogno….

api

A piedi nudi

Ed io dal mio eremo di silenzio
altro non seppi che adorarti
gridando il nome tuo
squarciai le nubi

e la mia voce fu una stella

a piedi nudi attraversai
il deserto e il giorno
e il vento e ti cercai
fino al punto estremo
in cui il buio la luce uccide

e divenni cieca

ma scalza muta cieca mendicante
io ancora mormoro
con tremanti labbra
il nome tuo e a piedi nudi
ti attraverso il cuore

1999-2000 ?