Senza fissa dimora

Di successive sottrazioni
dirne d’un altro giorno
intemperie comprese
e di sberleffi attivi sul suo conto
ne scrisse e cancellò
notti di crepacuore
un frego al muro
non per dimenticanza ma per dire
che l’acqua non inchioda i suoi zampilli.
Era la scrivania col doppiopetto
e la sua gonna un fiore di genziana
quando i silenzi aprirono ferite
quando i lutti la fecero ingrigire
orfana d’ogni amore
nel corpo arrugginito
e più nessuno c’era a farle luce.
È tutta in un carrello la sua vita
raminga sulla strada
un fiore morto nei capelli     un fiore
di plastica a fermaglio
il nero d’unghie che non le si addice
un nuovo tocco di vernice
va rasentando specchi di vetrine
tra gli abiti eleganti e i manichini
appare il suo riflesso: un fagotto di stracci
nomade tra le frange dei passanti
una scia di fuliggine sul viso
qualcuno storce il naso
lei cammina
ha gli occhi prosciugati e non sa dove
sarà rifugio il prossimo cartone
della sua casa a ore.

Cristina Bove

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