Va (la barca ch’è il mio corpo)

Va, in una lenta deriva,
l’acqua ch’è il mio corpo,
tra una marea e l’altra,
tra una luna e l’altra,
la barca ch’è il mio corpo
va, a ricongiungere il suo legno,
la sua acqua, lo strappo d’universo.
Va,  con l’ago che le cucì i lembi
della sua prima caduta,
a ricongiungersi alla tela ,
a ricucirsi piccolo pianeta
o stella luccicante o infinitesimale
atomo di luce e buio.
Va, spinta dal vento di mai più,
a imbucare la sua tremula domanda
dentro la tasca dell’infinito.

Era un vento più forte

Gerard Daran

Era un vento più forte delle nostre memorie,
stupore di vesti e grida di rocce – e tu passavi davanti alle fiamme
la testa quadrettata, le mani incrinate e tutta
desiderosa della morte sui tamburi esultanti dei tuoi gesti.

Albeggiava dal tuo seno
e tu regnavi infine assente dalla mia mente

Yves Bonnefoi

Di luci e sottofondi

Era una casa d’ancoraggio
dai vetri si specchiavano nel mirto
le lampade d’inverno
una veste da viaggio ricopriva
le mie spalle di notte

la voce ripeteva sempre le stesse frasi
alcune asciutte cadevano dagli occhi
quasi fossero spine a fare un pianto.
Mi tallonava con le sue cadenze

io l’ascoltavo quella voce amara
e mi stringevo al petto
la ragazza sconfitta
la dissuadevo dal tornare ancora
ma ogni volta
– per salvarsi la vita –  mi uccideva.

Cristina Bove

VII edicola

Tomasz Alen Kopera

da un fondaco antico
è scappato il mare un’ altissima cresta
di confluenze vegetali e liquidi torrenti di nero avorio
pigmento del magma che ha semi nella stiva
e un fiore che urla dentro la terra arroventata.
In fondo
l’origine rivolta la sua zolla
la nostra sorte è tesa in un’unica sequenza
algebra dell’utero l’imbuto del cosmo
l’avventura della morte chiusa
anch’essa a dimora in questa sala dell’attesa

 

Fernanda Ferraresso (inediti)