Con un’amica

Xin Jianjian

a Nadia Campana

Con un’amica niente più bianco
e nero, né morte
di nuovo dio piccolo
dio diffuso
tante piccole teste noi
e plurali sulla terra,
sui muri della schiena
incubi e infanzia da vedere.
Cantare le righe
le miglia di un’altra, scomparsa
non consumabile silenzio.
Con una nave niente più bianco
e nero,
solo dio piccolo
piccolo e diffuso.

 

M. Pia Quintavalla

 

Cronaca dei rami

Shakakibara Shiro

 

Non l’estuario degli specchi,
non la rosa dei venti.
Ogni cosa è cammino,
le frontiere e i loro stendardi,
l’incendio, le barricate,
l’incontro e la sua ascesa,
la voce, la mia voce nelle mie palme,
gli uccelli che s’allontanano
e lasciano il loro nome tra i rami,
i rami e la loro storia …

Adonis

trad.  dal blog  Bleu de paille

I volti che sei andato abbandonando

I volti che sei andato abbandonando
sono rimasti sotto il tuo volto
e a volte riemergono e ti si sovrappongono
come se la tua pelle non bastasse per tutti.
Le mani che sei andato abbandonando
ti radunano a volte nella mano
e assorbono le tue cose o le rilasciano
come spugne crescenti.
Le vite che sei andato abbandonando
ti sopravvivono nella tua propria ombra
e un giorno ti assaliranno come una vita,
magari per morire una volta soltanto.

Roberto Juarroz

Veleno

Master Pedda

Siamo attese esauste

cementati in certezze indiscutibili

i bulbi di narciso selvatico

si fanno spazio nell’umido della brina

si agitano, loro, rifiutano l’assenza

che siamo diventati

ammutoliti forse morti

di una morte in punta di piedi

che non balla al ritmo  della Terra.

Si muore, così, senza neanche l’ultimo respiro.

 

api

Sono morta una mattina d’ottobre

Tara Minshull

Sono morta una mattina d’ottobre,
ma non d’autunno
tra foglie rosse pioggia cielo plumbeo,
piuttosto luce rasoterra ovunque il sole
(un’assoluta sospensione di gravità spazio-temporale)
filtrata ogni mia cellula nella parola (in) divenire
me ne sono andata,
era d’ottobre, ma non d’autunno e non per sempre
perché per sempre è solo il ritornare
indietro immobile aspettare
è l’assenza di te, il vuoto del tuo nome
che mette rami secchi ad ogni lettera
che muore…

Silvia Rosa

Questo risveglio

da etsy.com

Questo risveglio che non è un risveglio,
ma un più lento di nuovo scivolare
in un sogno che è già ricordo e
ricordo forse di ricordi – eco
di sogni altri, identici, che altri
ne prolungano – specchi di me stesso
che mi sogna guardandomi davanti, viso a viso,
e mi riflette e perde nei cristalli brumosi
delle fonti e dei laghi senza fine ove affiora,
plurimo e insieme uno, lo sguardo di Narciso.

Giangiacomo Amoretti

Con la tua voce

Daniel Merriam

[…]

Con la tua voce
fino dentro la notte
parla la macchia di salici, luci
gli volano intorno.
Alto, un fiore acquatico
passa in mezzo alle tenebre.
Con le sue bestie
respira il fiume.

Nel calamo
io porto la mia casa intrecciata.
La lumaca
impercettibile
passa sopra il mio tetto.
Inciso
nelle palme delle mie mani
trovo il tuo volto.

Johannes Bobrowski

Siamo poca cosa, Dio, siamo quasi niente

da etsi.com

 

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
forse memoria siamo, un soffio d’aria,
ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
forse il ricordo d’una qualche vita perduta,
un tuono che da lontano ci richiama,
la forma che sarà di altra progenie…
Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
e quanta vita se la porta il vento!
Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

Franco Loi

Il giorno

Adam Martinakis

La gabbia di cristallo incisa a fuoco cangiante
batte e s’avvita a terra, rovescia larve di centauri e sirene,
sotto la Mano che la inchioda spreme
da sè il sangue di piombo che occultava
e dalle sbarre, ormai rami di nido
   ——————-                     e dita e vene
sboccia l’allodola che non cantava.

Maura Del Serra

La luna dentro lo specchio

da flickr

la luna dentro lo specchio
e miglia e miglia di sorrisi dentro un sogno
li ho cuciti con un filo di fiato dentro un unico disegno
la parola madre perla che si inchiocciola via lontano
lontano
oltre il sonno di là dal senno lontano lontano
dentro il culmine del giorno
un universo a banderuola che gira con il vento
va e torna dall’inferno come fosse una rosa di ghiaccio
e sopra uno specchio mentre indugia a guardare distante
l’istante lontano dove stanno tutti gli affanni le angosce le paure e i pesi
lontano in caduta libera si tuffa dentro un pozzo
dove i ragni tessono tele d’argento e a fiumi scorrono ancora lontano
più lontano da questo adesso
perché ora il mondo si appende alla tue braccia
e come uccelli tra i rovi delle bacche rosse
in una notte di risvegli misura lo spessore del tuo cielo immenso
le profondità delle parole nuove
germogliate dall’affetto.

ferni

graditissimo regalo di ferni per il mio compleanno

Vivevamo in una corte stretta

da etsi.com

vivevamo in una  corte stretta
assediata dalla voce dell’acqua
che lungo il fiume andava lenta
a ondate gli odori
di legna e cibo
cotto senza fretta
si levavano alte   sulle siepi   nel fondo
della strada sui prugnoli selvatici e le pere volpine
contorti per il freddo e  il vento che lì soffiava forte
gelido d’inverno e soffocante con il caldo

abitavamo ai confini con il cielo
e quasi mai capitava di dire ai pochi che per caso
passavano di là qualcosa della terra
dell’anima
lasciavamo solo lievi segnali  di presenza
una soglia di edera verde  ricoperta
di un sorriso  di fiori gialli in primavera
leggera nell’aria si spandeva una
sincerità di volta in volta nuova
e tutto intorno come un lungo
filo dai tetti  alle radici degli alberi
un unico luogo si svolgeva

poi   non la rividi più    quella casa
non trovai mai più l’edera e
la porta che ne era ricoperta
non sentii l’odore dell’erba
fresca  ogni pianta     di un silenzio profondo taceva
l’acqua del tempo non sentii più la voce della ragazza
nascosta nella corte stretta

c’è nel mio orecchio
un rumore  sordo   un ronzio   lontano
una specie di aeroplano lontano lontano
dentro una folata di vento
che mi sfiora di tanto in tanto  la mano

ferni

Ieri

Ieri hanno sequestrato il mio nuovo libro,
ora sto seduto solo, con le dita
intrecciate attorno alle caviglie, oggi
con superstizione ho scavato sotto la soglia
una farfalla rossa, e lentamente m’addormento.

Mi ricordo! una volta una madre diciassettenne
priva di latte, la donna del mio amico,
si era assopita così stanca sopra la sua bimba di venti
giorni
sognando camicine infantili
e scarpe nuove per il marito! e
si svegliò allegra come all’alba
nelle battaglie favolose i guerrieri al suono della tromba!

Mi sveglierò anch’io! sulla treccia
d’oro della mia amata urlerà la luce del sole
oscillando, la mia ombra crescerà fino al cielo
e con i miei ventidue anni sfrontati stanotte
per cena mangerò tre stelle!

Miklós Radnóti

Da Edere

Ascolta, un viale avevo
di sterminate rose
da guardare la sera,
cieli di viole
che l’edera rampava a grandi tele,
avevo corde amorose.
E guarda adesso
com’è tutto raccolto in un mirino,
che finalmente la mia strada ho perso
nel mondo delle cose
e mi sento salire rami nuovi
e il cielo ce l’ho steso sulle dita
e amo, e mi rinchiudo
tutta nella vita.

 

Silvia Bre

La madre piccolina

Gabriel Pacheco

La madre piccolina
gira attorno e porta
la sporta ambigua.

Ha da sé scelto le magliette
e le trasporta fina:
la madre piccola

e le sue scorie schiette:
fili di suono dove
potrebbe l’opera, mai

un mondo ha traspirato
tante bretelle
sottili per il seno

e sottili per altro, per
dio, per il miracolo
che la vede piccina

ma colma ed esperta
lei s’inventa che sale
e come sale lei non diventa

altro che lei che sale,
svelta invisibile mordace
sale diretta, dio la saluta

e spare.

Silvia Molesini

Mi nasconda la notte

da etsy.com

Mi nasconda la notte e il dolce vento.
Da casa mia cacciato e a te venuto
mio romantico antico fiume lento.

Guardo il cielo e le nuvole e le luci
degli uomini laggiù così lontani
sempre da me. Ed io non so chi voglio
amare ormai se non il mio dolore.

La luna si nasconde e poi riappare
– lenta vicenda inutilmente mossa
sovra il mio capo stanco di guardare.

Sandro Penna

 

Storie

Questa è la storia di una bambina che crebbe e diventò grande
e, per crescere, s’infilò negli spazi del tempo e nei tempi dello
spazio.   Crebbe perchè crescono le ossa, il cuore, i polmoni, i
capelli.    

Aveva un fratellino, un papà e una mamma, ma la mamma viag-
giava in un treno in cerca di lei e poi in un altro treno,  quello
dove un controllore cattivo mescolava i biglietti e lei, la madre,
andava via da casa perchè cercava ancora la sua bambina picco-
la (e la bambina era già grande, era una donna) e nella testa le si
era mescolato tutto alla rinfusa: case treni infanzia maturità stra-
de senza direzione.

La bambina aveva un nastro azzurro tra i capelli e camicette bian_
che ricamate.    A sedici anni fu lei a trovarsi dentro un treno, che
saltò dall’isola e attraversò il Tirreno per fermarsi tra le montagne
rosa delle Dolomiti.   A sedici anni si è metà bambini metà adulti.
Lei è sullo sfonfo della neve bianca, con un maglione colorato e
i primi tacchi.  Quel freddo non fa male, anzi guarisce. La bambina
riattraversò il mare e tornò nella sua casa dove tutti i treni si erano
fermati.

Adesso la storia ricomincerebbe in un altro modo, in cui non c’è
crescita, in cui ci sono soltanto buchi e vuoti incolmabili.  
Ci sono cose che la bambina non vuol raccontare, cose che le hanno
portato via il nastro azzurro e le camicette ricamate dalla mamma che
se n’è andata via per sempre (ma esiste ‘per sempre’ se tutto finisce
e ricomincia per finire ancora?) e lei sta lì contro un muro a contare
i giorni, a raccogliere la polvere delle sue stesse ossa, a consumarsi
come una piccola statua di terra che le onde di un mare invisibile
sgretolano giorno dopo giorno.