Afghanistan

Quella nuvola
ha la forma del mio piede
del mio piede che perde la sua forma

s’allunga

diventa la mia magra gamba
la mia gamba che perde la sua forma

s’avvolge

diventa il mio occhio
il mio occhio che vede la sua gamba
diventare nuvola.

Ada Crippa

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Ipofania

Appari come un ologramma
ad abbracciare l’aria
un viso che resusciti e non so
per qual motivo
qualcuno ti sottrae dal mio reale
e tu rimani un addensarsi d’ombra

Quale pensiero ti conduce a me
madre dimenticata?
È il sentiero degli angeli di notte
in questo baraccone di domande?

Eri venuta a dirmi della vita
dalla casa dei morti
avevi qualche annunciazione d’oltre
per il mio cuore stanco

mi chiedo adesso
se sarà uno squarcio nel mio respiro
a rivelarmi Dio – che forse tu conosci
d’un amore materno –

forse

ma qui di niente si è sicuri
mai

Cristina Bove

E nulla importa ormai

E nulla importa ormai che il vino d’oro

trabocchi dal bicchiere di cristallo,

o intorbidi il puro vetro il  succo acre….

Tu sai quelle segrete gallerie

dell’anima, i cammini d’ogni sogno

e la tranquilla sera

dove vanno a morire….Ti aspettano

là in silenzio le fate della vita,

per condurti un giorno verso un giardino

di eterna primavera.

Antonio Machado

La chitarra

Sui suoi ginocchi

Ci sono delle note

Una piccola donna dormiva
E sei corde cantano

nel suo ventre

Il vento
ha cancellato i contorni
E un uccello
becca le corde

II silenzio                   Ciascuno crede
si nascondeva             di           vivere
nel fondo                   fuori             di
dell ‘armadio               se          stesso

Quando l’uomo
smette di suonare
Due  ali tremanti
cadranno dalle sue mani

Vicente Huidobro

 

Nanauatzin

Satyrion

Fra gli zigomi e le pupille ho notte, ho
roveti: non è mia, non è mia la
pelle che si apre in solchi, le lunghe
ciglia di cenere che volano, le

palpebre crollate: ho pozzi
sotto la nuca, la mia bocca alta
sul cranio è cratere, ha orli
che la lava raggiunge, passa

Non sono miei i capelli
fossili, le lunghe ciglia di
cenere, il mento di conchiglie.
Nel costato i precipizi sono rocce

di quarzo, tane di serpente, pioggia
di scaglie di deserto, e i fianchi sono
sabbie che si fendono, fondali ora, pianure

e barriere d’alghe, mobili, agitate dalle

correnti

Ho braccia di golfi, dita
di promontori, le unghie ora traversano
il mare sino all’orizzonte, ho ginocchia
magre, di grotte, e mille alluci di

onde

Non amore, ricordi, pietà, nome.
Come il mare celibe, individuale, votato
al gioco della vita nella sterilità, a
consumarsi e far nascere.

Sorgo. Non c’è mondo al di là delle mie nuove
mani aperte, dei miei nuovi piedi che
corrono, sono terra, sono erba, sono
le prime palme, i primi altopiani, sono

il mattino, l’urlo del papavero selvaggio
che vuole sbocciare. Io oggi, io fiore, io
pietra, io buio, io luce.
Mi alzo nel cielo, cavalli rovani di

nuvole

*Nella cosmogonia azteca, gli astri nascono dal sacrificio degli dei che donano il loro sangue per far luce. Nanauatzin è il nome di un dio piccolo e malato che fu scelto dagli altri dei, insieme a Tecuciztecatl, un dio ricco e potente, per il sacrificio. La cerimonia di purificazione durò quattro giorni: Tecuciztecatl offrì oro e coralli, nanauatzin solo fiori e grumi di sangue. Poi il primo ricevette l’aztacomitl, la grande corona di piume, il secondo l’anatzontli, un semplice cappello di carta, e furono posti davanti a un fuoco acceso su un braciere, perchè vi si gettassero. Tecuciztecatl esitò e provò invano per quattro volte. Nanauatzin si gettò per primo e divenne il sole.

Giuseppe Conte