Non ti ho amato, Milano

Non ti ho amato, Milano,
in quel grigiore di cielo
spremuto in fitte gocce;
ero sotto una pioggia
d’immedicabile tristezza,
e lunga era la strada.
Tra auto e autobus indifferenti
ero un trench chiaro,
ecoreferti in mano
e una voglia di nulla,
o di una subitanea cecità
davanti al non colore,
al mio trench chiaro in fila
per un ticket
per un ordinario inferno quotidiano

Quanto poco di noi

Oh quanto poco di noi  rimane e quanto c’è rubato

di quello che fummo, mentre ci cresce sterpaglia

attorno e dentro il cuore.  Noi che fummo speranza

e voce e foglia che gemmava dentro il sole.

Noi che coltivammo giardini a oriente, a sud,

noi che riempivamo l’aria di canzoni.

Di te che ascolti, di me che mi racconto

rimane, forse, una cornice, mentre la musica

che ci seguiva – senti? –  piano piano si spegne.

 

 

nota: scritta ‘leggendo’ l’immagine

Strappi

Antonio Carbone

Non è neanche preciso
quest´à-jour e la stoffa
denuncia il suo vissuto
lo slabbrarsi delle trame
il silenzioso passaggio sotterraneo
di scorpioni
gli strappi mai o mal ricuciti.
E poi non si può dire niente
perchè nessuno rimane ad ascoltare.
E´ lei che vive tutta sola
e ode e vede cose
che arrivan da lontano:
il fitto brusio delle ombre
in cammino il silenzio di oggetti
che prima cantavano
l´indifferenza della luce
un orologio privo di lancette
appeso al nulla
una cornice senza fotografia
un fiume che ha smesso di fluire

 

Il cielo non ha preferenze

Nicoletta Tomas Caravìa

La stanza è silenziosa,
il vento sulla strada,
una nenia leggera.

Qualcuno, in altre stanze,
frantumerà i minuti,
sgranerà il rosario dei ricordi
lancerà al cielo il suo appello
muto e disperato.

Anch’io ho perduto.

C’è un monologo lento,
intermittente, la mia questua
di tregua ai colpi secchi,
pesanti della sorte.

Mi perdo in giorni
senza calendario;
inciampo in anfratti
di nebbia e parlo di me
con la mia ombra.

(luglio 2002)

Che strano effetto mi fa leggere poesie scritte tanti anni fa …

 

 

Sei la stellare monodia

Sei l’antica stellare monodia
che insondabili pareti traversa
come il raggio obliquo d’una gemma
e giunge, canto e luce,
alla radice d’ogni mio respiro
– l’albero s’innalza forte coi suoi rami –
a divellere paure d’ombra, palpiti ansanti –
e mi restituisci sogni persi,
ridesti cosmiche allegrie;
nell’alba nuova sei l’ippogrifo alato,
io sono Inanna e tu Dumuzi,
alti nel cielo a pascolar le stelle.