Tris

Ho imparato l’addio

Ho imparato l’addio dalla mia culla d’acqua,
l’amnio che mi nutriva e mi narrava la mia storia
nella lingua degli uomini.
Innocenza e sogno era ancora lo sguardo
dentro il blu della notte,
quando l’infanzia raccontava di stelle
che sfilavano via e nell’incanto,
nel mistero del brillio  c’erano tanti si.
Si per la mia piccola vita di bambina,
si per quelle notti a cielo aperto sfolgorante,
si purchè finisse lì, senza domande.

Il sonno mi ha raggiunto                                                                      

Il sonno mi ha raggiunta mentre percorrevo
strade di rose, e non so ancora se fosse sogno
o se camminassi in un mondo parallelo
dove tutto è leggero, persino allontanarsi
da se stessi; con un battito di ciglia
salutare ciò che rimane intorno,
ciò che di noi veniva raccontato
e continuava. Adesso il battito cessava
o, forse, s’era assopito per un poco
e non c’era coscienza del distacco
nè dolore (come accade quando qualcuno
se ne va e non c’è nessuno a salutarlo).
Vorrei, quando la pioggia diventasse neve,
e poi la neve fango scuro,
addormentarmi tra le rose.

La bambina kamikaze                                                                   

Io volevo essere scoppiettante, scintillante,
una stella a cinque punte,
essere una fioritura di luce e gelsomini,
vestirmi di lucciole e di luna,
andare in alto come fanno gli aquiloni,
contare fino a dieci e poi scoppiare
in atomi di luce, essere io la luce
in un gioco immaginifico,
un giogo che mi ha stretto dentro il buio ,
dopo lo scoppio mi ha trascinato in mezzo ai morti,
nel buio nella cenere nel nulla.
Io che volevo essere unica.



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E se davvero esisti, dio, riprenditi il respiro a primavera

Cristina Bove

Avanza da tegole grondanti
l’apatia dell’inverno lungo i vetri
_giù nella casa un poco di tepore_
il gelo invade intorno e un altro giro
chiede il giardino spoglio
il grigiosporco ruvido dei muri

una mattina come un’altra, ieri
_mi cercavo l’ignoto e il segnapassi_
e nel rigore
delle braccia avvinghiate a un lavandino
i resti del coraggio erano persi

anelavo la tregua
fosse pure il calore d’un cerino
e che la mente
subisse ancora qualche scossa
prima che il ghiaccio m’invadesse
partendomi dai piedi fino al cuore
_vidi me stessa diventare marmo_
e seppi che la vita è moto e fiamma
la morte stasi gelida e silente

datemi un prato di giunchiglie

                                  Cristina Bove

Collage (così , per continuare qualcosa iniziato tempo fa)

Inverno

Io sono il tetto e sono i muri della mia casa
e sanguino in ogni angolo, ogni articolazione,
ogni osso, ogni lembo di pelle, ogni muscolo
è lacerato ed è finito il  cemento  azzurro ,
la colla della luna bianca, le mani che mi  reg-
gevano la testa e il cuore. Si è rotto il bastone
che tiene in piedi la luce,  il bastione che mi
sorreggeva contro ogni tempesta.
Il mio corpo è nudo e vuoto e vi entra
la pioggia, il vento dell’inverno.
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Fiaba

Rikard Olsson

C’erano due fiori azzurri bellissimi, i più belli dei prati.  La grazia delle corolle inclinate e il colore delicato e purissimo sorprendevano sempre lo sguardo di chi passava.  Loro però non si erano mai guardati, rivolti verso il sole di giorno e la notte a riposare, nell’identica posizione, appena un po’ più curvi per il sonno. Avrebbero voluto tanto guardarsi e confidavano in un’ape  che si posasse da una parte e li portasse l’un verso l’altro.  Ti ho sentito stanotte con la pioggia ti posso sentire perchè le gocce sono le stesse.  E quando passava un topolino dicevano: guarda come corre.   Correvano nel loro sogno di correre ed era sempre in un sogno la voglia di fare cose insieme.  Un giorno l’ala di un corvo girò i fiori e le corolle si trovarono di fronte.  Come sei bello, si dissero piano con gli stami umidi e appena un po’ rossi, come sei azzurro. Si guardavano dolcemente cercando di fare salire la linfa oltre i petali e avvicinarsi.  Non cadere, imploravano nei sussulti dello stelo, non cadere ti prego.  I grilli urlavano nei prati, le farfalle senbravano cullarli con il loro volo: venite con noi, dicevano, nell’azzurro. La mattina dopo il sole trovò i fiori abbracciati , i petali nei petali, il rosso confuso al verde dei sepali e alle foglioline dei gambi.  Dondolava la sua luce su quell’unica corolla e un colore bianco passava e ripassava.

Mario Benedetti