Che tornino i treni

Che i treni diventino pazzi
e ci portino agli angoli dove la sorpresa
di un volto è un’allegria che non era in agenda,
che i treni, pazzi da legare, navighino come gondole
sulla riva dei parchi
dove i baci diventano eroi
e scendono da un solo strapiombo le stelle.

Che i treni scardinati
fingano delirando appuntamenti al buio con gli uccelli
e se ne vadano laggiù mischiando storie
e nonni
e ancora una volta raccolgano la venditrice di mango
che una sera a Orotina
mi offrì un sorriso così imprevisto
che non potrò ripagare, perché non so quanto affetto vale.

Che i treni che portarono mio nonno al porto
tornino qui
pensando d’essere i cani di casa,
non importa, che giungano muovendo la coda,
ma che giungano pazzi di gioia
e ancora ci portino alle pianure dove faceva
un sole del diavolo
e i ragazzi e le ragazze
escano correndo dalle case un’altra volta
e tornino a colmare di addii le finestre.

Che i treni tornino qui
non importa se giungono in un pacchetto
per posta,
se arrivano a cavallo
vantando una collezione di tatuaggi nei vagoni,
non è per caso, l’importante è che arrivino
e ci portino a scivolare tra i puledri,
a continuare il volto delle formiche.

Carlos Villalobos

Alba sull’Acropoli

Ma mi assale il tempo. Non qui, non ora
in quest’alba calma fra queste colonne.
Non qui, non ora, in questo silenzio vivo, fra le voci
in cui sono nata. Abbiamo un appuntamento, tempo,
ma non qui, non ora, in questa perfezione
che lenta scompare.

E tu ti torci nella pietra lassù, cavallo,
occhio grande, spaventato. Calmati, sei perfetto così.
Vuoi tornare alla sua mano, tu.
Non è qui Fidia, con gli scalpellini morti di Meduno
lui ora cena.

Non qui, non ora. Ma con te non posso lottare.
Resta, allora, senso del tempo, che dandomi la misura
del passare
pronta mi fai a partire dove non arriverò.
Nei vapori mattutini riavvia la ruota Atene e sono anch’io
nel coro di voci e rumori a contrastare il coro improvviso
di antichissime cicale che grideranno
ancora insieme qui, solo loro…

Ma impigliata negli sterpi, la ciocca del dio
che ci corre nelle vene di dormienti inquieti che aspettano
di risalire per le giovani linfe che spargemmo

nella tua dura luce, nostro umano passare.

Ida Vallerugo

Persino improtetta, facendo ricorso

Persino improtetta, facendo ricorso
alla massa di luce del cielo, qualcosa
si accendeva ribelle alla fine del male.
Si scartava il tempo di una giornata
piovosa, il resto pioveva magnifico
fra le piante e il ponte. Questo
costituiva il tempo, l’unità del tempo.

Milo De Angelis – Giovanna Sicari

Fino alla fine del giorno

Fino alla fine del giorno
dal mio blog Lettere senza destinatario

Una nuvoletta di vapore esce dalla bocca. Freddo umido. Gli occhi stretti e le labbra contratte. Luci. Negozi. Entrare e comprare qualcosa di non strettamente necessario. I sacchettini di piccole effimere false felicità.
Quante volte si torna a casa e si apre una busta o un pacchetto come se fosse un regalo che qualcuno ci ha fatto. E poi si fanno le prove, con il nuovo oggetto del finto desiderio, per giocare alla felicità.
Ho timore ad usare la prima persona. Eppure è di me che si parla, anche se tante donne e, forse, molti uomini si riconosceranno nei tentativi dei gesti gratificatori che blandiscono il cuore il tempo di un caffè.

Questa sera le cose che sapevo, che so, che nascondo come fossero dei piccoli crimini, hanno parlato con tutta la loro perentorietà.
Ho sentito la loro voce dentro di me.

Una mano tra i capelli, il respiro di qualcuno che cammina e parla con me, che mi consola. Eccole le voci che mi urlano addosso che ho bisogno, al di sopra di qualunque altra cosa, di presenze affettuose, reali, che si prendano cura di me fino alla fine del giorno.

Nessuno è autosufficiente affettivamente. Tantomeno io che ho sempre ostentato l’arroganza (e la solitudine) del leader , io che ho convinto il mondo e me di bastare a me stessa, io con le mie mille ferite ed i miei dolori soffocati al primo vagito.

Quella piccola valle a sinistra, dove prima c’era il seno.
Dopo più di sette anni un ritorno sgradito o, forse, un risveglio, là dove qualcosa doleva e bisognava tagliare, aprire, portar via tutto, allontanare, nei limiti del possibile, un altro eventuale ritorno.

Ci si abbandona ad un sonno fittizio che, per chi lo vive, non è molto dissimile dal sonno naturale. Di fatto, durante l’anestesia e durante l’intervento, ho sognato. Ed era un sogno sereno e piacevole e poi il risveglio in mezzo ad un’aria verde rarefatta dove delle voci che appartengono a figure indistinte ti dicono di respirare a bocca aperta.
Ma io sto male. E la realtà è quell’aria verde, quel braccio piegato su una ferita addormentata, la sensazione di impotenza di fronte ad un male che ti morde carne e anima.

So che è solo una tregua. Il mio rammarico è di non aver saputo vivere. Di non aver nessuno che si prenda cura di me fino alla fine del giorno.

riproposta di un articolo del 2010

Esempio

Vivo senza cercarti
all’altezza precisa
della vita; all’altezza
di un volo di colomba
nella verde campagna,
ti trovo. Che fatica
colmare le domande,
le risposte del sangue!

Vivo senza cercarti
alla luce delle ali
nascono verdi isole.
Io sono! Questo esempio
creato dalla fede
in ciò che il petto vuole.

Leopoldo Panero