Juana Castro

tumblr_mysjbotgaX1s9ycybo1_400[1]

I

Lo specchio, la notte e quell’erba
che le cresce nello sguardo
le dicon che ha vissuto.
Ci sono forse uccelli
con un punto di fiele che fu suo.
E vivo, che serba il suo ricordo.
Ma l’ha dimenticato.
Non le resta nè un nome, nè una data,
e pur così feroce è stato il tempo,
che ritorna bambina,
la stessa che nutriva
il suo spazio di sogni e di fantasmi.

II

I fiori dell’asfalto, dolcemente orinati,
la verità non sanno.
Fioriscono, improvvisi, nella strada
e il loro falso nettare
è cellofan di porpora o di zucchero.
Non è inganno ma fumo il loro frutto.
E a mangiarli
compi un atto di fede sulla paglia.

Anch’io

A Giovanna S.

Il nero non si addice a Giovanna,

il rosso le stava bene

sulle labbra.

Il tempo dell’addio sanguina

senza cura

e c’è una sedia, solo una sedia

per la giovinezza selvatica,

autorevole.

Resta Monteverde, il suo prato,

le strade salvate dentro al tormento

del barocco.

Restano Sandra, Lucia e la madre

e tutte le altre – l’infanzia intatta,

catena scabrosa come solo l’amore.

La poesia, una preghiera

senza scampo

come solo i braccati conoscono.

Ricordo il martirio, un tempo senza fine

nudo e misero trionfi l’umano

oltre il corpo offeso.

Resta la vita, il passaggio da pagare.

Ammetterlo, assolversi.

Le notti

II

Nel silenzio c’è una fuga che mi insegni

con la voce, con quello sguardo striato,

dove passa l’infanzia in un volo,

dove c’è la vecchiaia che sarà

e non ti perdo

seguo le tracce con le parole.

Un segno nella tua voce,

sulla fronte baciata spesso nei sogni,

carezzata di fretta come chi scappa

senza la solitudine, riconoscendola in ogni gesto

sei padre e giorno – paura e gioia.

Siamo l’alba che beviamo

e ci segue e ci apre come solchi

pieni di pudore.

Al sole siamo solo grano che non smette

di crescere e noi, noi siamo

questa preghiera.

Gabriela Fantato

La bambina dei libri

young-girl-reading-book-randy-steele[1]

 

Di te non so il nome

né con esattezza gli anni.

Ti ho conosciuta solo in foto

uno scatto tra tanti, veloce

come una raffica di mitraglia

perché a Gaza, tra le macerie, la vita

è un filo da cogliere al volo,

prima che si spezzi.

Esile, nel tuo vestitino verde

che a dispetto del nero delle bombe

illumina della luce che hai in cuore

l’incarnato e gli occhi,

quel tuo visetto di bambina

senza infanzia, senza giovinezza,

stupito solo di essere scampata.

Chissà quali labbra domani

baceranno i tuoi capelli. Chissà

se dalla crisalide nascerà all’amore

la donna farfalla. Chi può dirlo?

A Gaza la storia non eredita gli anni

ma un tempo che reputa fortuna

vivere da un sole a un sole.

Oh bambina dei libri

la sorte ti ha portato oltre il mare

in case dove si muore di vecchiaia

e il possesso fa dei nostri cuori pietre.

Le tue mani strette ai sillabari

più di ogni fucile annienteranno

la protervia che nega le tue primavere,

l’ottusa indifferenza dai nostri petti.

Vladimiro Forlese

 

So con esattezza

melancholico woman

So con esattezza cosa sogno:

una voce dal petto – solo mia –

con il do di ogni canto d’inizio

ciò che per lingua spenta

chiamiamo morte e suo timore.

Al buio ci si abitua

quanto più si accantona il conforto della luce

quando si impara che l’uno

è  la sponda secca dell’altra

ai lati di uno stesso fiume.

Conosco quel tipo di coraggio: dimenticare la stella

la candela il calore del giorno

farne a meno – amandoli in silenzio –

in un meno uguale alla marea

che si abbassa conservando i confini

l’orma delle barche la sabbia-arata del mare.

Si batte la fronte

– la notte come un muro.

Nel bruciore

si stringe una diversa luce

quel fulgore privo di memoria

che qualche volta cinge

ciò che per suono muto – ancora – non ha nome.

 

Antonella Anedda

E poi

2432723103_3582fc21aa[1]

 

 

E poi? Pareti, porte chiuse, fumi che si disperdono,
d’accordo, ma dopo? Cos’hai detto
di tanto grosso? Che si muore?
Va bene, lo sanno tutti questo, però dopo?
Non dopo la vita: sono chiacchiere
da poco, quelle. Dopo-adesso, voglio dire,
dopo-prima, anzi meglio: durante.

Mentre sei qui che respiri e guardi i boschi che si inerpicano
sulle montagne di un nuovo orizzonte, oppure i picchi
di sempre, quelli azzurri e sibillini,

e gli uomini e le donne dei tuoi luoghi
li contemplano, anche quelli di un tempo
che non respirano più, ma percorrono senza requie
le strade del paese, balbettando come
balbettavano da vivi, o raschiando il catarro
quando ridono e tossiscono.

Tutte inutili, quelle voci?
Inutili come te, che scrivi per nessuno, o come le dita
di tua figlia che si allungano nel buio?

Non hai torto, non hai ragione.
Le foglie che il vento getta a terra qualcuno
le conserva. Qualcun altro le ritrova
dopo anni, e le colora.

Difendi questa luce, se sei un nulla
come tutti. Difendi questo nulla
che non smette di essere. Smetti tu di tirare
righe scure, di cancellare. Tocca il tavolo, la carta.
Impara un’altra volta a far di conto:
non sottrarre allo zero, aggiungi uno.

Massimo Gezzi