La rosa rampicante

La rosa rampicante, ad esempio, non rispose più
inchiodata dal sole, fiorita di pidocchi;
nemmeno la lumaca passò indenne
sul marciapiede della bignonia in rigoglio,
secca nel prato la rigettò un calcio.
Non salvai nessuno,
la rosa, la lumaca – neppure la lucertola
sgranocchiata impassibile dal gatto –
accolsi quello sterminio di universo angusto;
quando cercai un arcobaleno a forzare i tempi,
aprii l’acqua del giardino in controluce.

Fosca Massucco

A Lou Andreas Salomé

Non posso ricordare. Ma quei momenti
puri dureranno in me come
in fondo a un vaso troppo pieno.
Non penso a te, ma sono per amore tuo
e questo mi dà forza.
Non ti invento nei luoghi
che adesso senza te non hanno senso.
Il tuo non esserci
è già caldo di te, ed è più vero,
più del tuo mancarmi. La nostalgia
spesso non distingue. Perché
cercare allora se il tuo influsso
già sento su di me lieve
come un raggio di luna alla finestra.

Rainer Maria Rilke

Quando

Quando si spegne il tramonto e si accende dentro di noi la vecchia lampada
e tutte le voci mutano dall’ira alla tristezza
e dal sobborgo se ne vanno i fruttivendoli ambulanti,
gli arrotini, le erbivendole, gli ombrellai, allora
dal pozzo della corte escono le lumache
in doppia fila, e sopra i pubblici orinatoi
resta il cielo di un blu profondo, completamente immobile,
inchiodato solo da una stella arrugginita.

Jannis Ritsos

La fine di quest’arte

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Noi che saremo morti eternamente
saremo pure eternamente
stati vivi

Com’è duro salvarti
rinchiuso nella stanza celeste a girare col vento

il buio qui consuma
il suo nero totale ci riporta
vicini al grande giusto del nulla

ma edifico con te quest’atmosfera d’ombra
un aprirsi ogni volta più cieco
mio il ritmo
tuo il vuoto
tu che mi tieni in vita
io che ti tengo

Silvia Bre

Kolmar

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Occupo la neve con una malinconia
che non ha voluto mostrarmi le tracce
di vecchi aghi di pino
infilati in parole come coralli,
sangue duro dolente.
Ma nella mia poesia li ho visti precipitare sul bianco
come un gioiello inatteso,
il rosso staccato nella rigidità d’una smorfia:
non lo volevo come l’ho trovato.
Ora mi metto il vestito da festa
per sfoggiarlo all’alba.
E nei palazzi dalle alte torri
unite, noi due, le rovesceremo di nuovo.
 

Susanna Rafart

Canto

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Noi siamo l’ombra nel calore del giorno

i fiori senza radice nell’aria, la freschezza,

l’acqua sulle foglie prima che la morte, nostro sole,

ed il suo immenso ardore ci abbia bevuti …

figlia della bellezza, il cuore della rosa

e noi siamo una sola cosa

Noi siamo i figli dell’estate, il fiato

della sera, i giorni delle speranze infinite,

il sorriso senza ritorno di chi si è perduto

intravvisto tra le foglie dell’estate …

Quel sole abbiamo in dispregio e la sua ingannevole luce.

Edith Sitwell

 

Cucchiaio nel sonno

857x588_13698_Perserverance_2d_surrealism_girl_woman_fantasy_picture_image_digital_art[1]cucchiaio nel sonno, il corpo
raccoglie la notte. Si alzano sciami
sepolti nel petto, stendono
ali. Quanti animali migrano in noi
passandoci il cuore, sostando
nella piega dell’anca, tra i rami
delle costole, quanti
vorrebbero non essere noi,
non restare impigliati tra i nostri
contorni di umani.

Franca Mancinelli

Schopenhauer

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Oggi mi fa male il polso. Di nuovo.

È che l’occhio si stende nella mano

E la mano traccia il mondo

Ogni volta che apro gli occhi al risveglio.

C’è un giardino, sul retro: la mia fiaba.

E allora non importa se in cucina

Si è spento il fuoco, se l’inverno

Va assalendo i giorni di sorpresa.

Stamane è passato il lattaio

E non gli ho aperto. La stiratrice

Neppure si è fermata. Ora che annotta

Mi racconto quest’alba nel silenzio.

 

 

Roberto Deidier

 

 

Da Nel sonno

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Gabriel Pacheco

 

Sono qui. La stoffa del vestito

è il tu-bambina.

Il giallo dei leoni d’erba e terra

stracciato nel sudore della mano.

Abito nella frana dei mattoni

la ciminiera spenta, il campo

risanato dal pantano.

Mi spingo nella lingua-guarigione.

Vena spaesata, storta.

L’ago piantato al centro della bocca.

Francesca Matteoni

Cosa portargli

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Cosa portargli se non quattro elementi per cena
e l’animale rosso che batte
sangue
dentro le mie costole.
Aprirò il pane con un solo taglio
di lingua.
Il suo petto
con la mia nudità regale.

Offrirò gli anelli
della mia spina dorsale
i miei diecimila anni per terra. Quello che vuole:
entrare.

un lunghissimo viaggio preistorico
dentro la mia aorta

Annamaria Farabbi

VECCHIA FOTOGRAFIA

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Io sono stata quel sorriso, il lampo

spiritoso di quegli occhi a mandorla.

Che anno? che stagione? a chi mai sorridevo?

Gioca il vento con ciuffi nerissimi.

Quante volte ho pensato che il sangue degli Etruschi

è lo stesso che circola rosso nelle mie vene.

Ma un eguale mistero mi collega stasera

a quegli occhi, a quei ciuffi, a quel vento dimenticato.

 

Maria Luisa Spaziani

 

Il mio Paese

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Ha un canto silenzioso

il mio Paese d’acque chiare

di vento di colline

il mio Paese di coltelli

e di ginestre

d’erba che canta

anche quando muore.

Ha una musica antica

il mio Paese di montagne

e di coralli, di gole e rocce

e fiori senza nome,

il mio Paese di mani generose,

di porte che s’affacciano nel buio,

di fuochi accesi,

di uomini balentes,

il mio Paese di larghi cieli pigri,

il mio Paese sandalo di Cristo,

il mio Paese preghiera,

solitudine, mistero.

1998?

Una finestra

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Una finestra per vedere

una finestra per sentire

una finestra che come bocca di un pozzo

giunga in fondo al cuore della terra.

E si apra lungo questa continua grazia azzurra,

una finestra che nel favore notturno del profumo di nobili stelle

trabocchi di piccole mani della solitudine,

e da lì potremo invitare il sole

allesilio dei gerani.

Mi basta una finestra.

Vengo dal paese delle bambole

sotto lombra di alberi di carta

nel giardino di un libro illustrato

dalle stagioni secche dellesperienza arida dellamicizia e dellamore]

dai sentieri polverosi dellinnocenza

dagli anni fiorenti nelle pallide lettere dellalfabeto

da dietro i banchi di una scuola malsana

quando i bambini ormai sapevano

scrivere sulla lavagna la parola pietra

gli stormi confusi volarono dai vecchi alberi.

Vengo dal cuore fra le radici di piante carnivore

e la mia testa ancora

trema allurlo terribile di una farfalla

crocifissa sullalbum con uno spillo.

Quando la mia fede era impiccata alle fragili corde della giustizia

e in tutta la città

facevano a pezzi il cuore dei miei occhi,

quando soffocarono con il fazzoletto nero della legge

gli occhi infantili del mio amare

e dalle tempie pulsanti della mia speranza

sgorgavano fiotti di sangue,

quando la mia vita ormai non era più nulla,

nulla, se non il tic-tac di un orologio,

capii che dovevo amare,

amare, amare follemente.

Mi basta una finestra.

una finestra nellora dellintesa, dello sguardo, del silenzio.

Adesso lalbero di noci è talmente cresciuto

che spiega alle sue giovani foglie

la presenza del muro.

Chiedi allo specchio

il nome che ti salverà,

la terra che freme sotto i tuoi passi

non è più sola di te stessa?

I profeti del nostro tempo

hanno forse portato le scritture della rovina?

Queste esplosioni continue,

e le nuvole sporche

sono forse lannuncio di un canto sacro?

Tu, amico, tu, fratello, tu che hai il mio stesso sangue

quando arriverai sulla luna

scrivi la storia della strage dei fiori.

Sempre i sogni

sinfrangono dallalto e muoiono,

io annuso il quadrifoglio

che spunta sulla tomba di antichi sensi.

La donna che divenne polvere nel sudario dellattesa e del pudore,]

era forse la mia giovinezza?

Salirò di nuovo, io, per le scale della curiosità

per salutare il buon Dio che cammina sul tetto di casa?

Sento che il tempo è trascorso

sento che è un istante la mia parte

tra le pagine di storia

sento che il tavolo è il pretesto di una pausa

tra i miei capelli e le mani di questo triste sconosciuto.

Parla, parla con me

esiste forse qualcuno che conceda a te il suo corpo caldo?

E da te non desideri altro che sentire la vita che scorre?

Parla, parla con me,

salva,

al riparo della mia finestra,

sono amica del sole.

Forugh Farrokhzad