Dialogo senza partner

… ‘ciò che è non è futuro, ma presente,e
così, allorché  si dice di vedere il futuro,
non si vedono le cose ancora  inesistenti
cioè future, ma forse le loro cause o
i segni già esistenti …’

Sant’Agostino, Le Confessioni

Tu, così irrequieta  perché cercavi il tuo luogo, partivi e ti perdevi spesso, non sapevi, avevi solo un sentore, e quell’impulso, quella tensione ad andare lontano. Ma poi tornavi, tornavi sempre dentro te e ci son voluti quegli incontri continui con la morte, quel parlottio a voce bassa, l’ossigeno sulla bocca e poi sentire freddo, sentire che non c’è confine  tra il dentro e il fuori. Oggi lo sai, oggi che, anche senza guardarti il viso o le mani, lo sai, come lo sapevi prima, ma era lontano, sembrava essere lontano.

‘Come stai?’

Tu zitta, con il cordless che raccoglie l’amarezza e poi tutto chiuso, quasi buio, con quel peso invisibile e tutto tuo, e l’aria , fuori, le strade, ciò che continua ti appartiene sempre meno.

E’ come se fosse cessato il vento, come se la pioggia rimanesse lì, ferma dentro la sua nuvola, come se i fiori l’erba nuova fossero di plastica.

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Madre eretica

Magdalena Wanli

Sognando un enorme fiore bianco
sorretto per il pesante gambo
la corolla poggia lieve su una spalla
e i lunghi petali – bianchi –
volano via chiamati
a uno a uno per cognome:
mamma disfatta nel nulla
mamma aria
parole d’oracolo
mi seminano sulla spalla
il nulla
madre.

Livia ‘Chandra’ Candiani

Era quella la giovinezza ?

Rod Chase

Era quella la giovinezza?quello zaffiro
splendente sulla neve
un’ora precisa

a Central Park quell’odore
su marciapiede e davanzale
fresco e intatto

la pace e il dramma della tempesta
sopra la città
pubblica intimità

in attesa
nella piccola copisteria appannata
piste di fango sul parquet

poi tremanteinebriata
nel crepuscolo
alla fermata del tram in mezzo agli altri
pubblica fedeltà

Adrienne Rich

Para Tacha (Per Tacha), José Hierro

anji  johnston

Una esfinge pigmea. Se diría

que no está aquí: no ve, ni oye, ni huele.
Esta no es una Marta que currele,
sino María de la fantasía.

Susurra. Hormiga china, todavía
no distingue la erre de la ele.
Posiblemente un día se rebele
su Marta agazapada en su María.

Entonces, cara y cruz por siempre unidas,
sin eses de costuras descocidas,
Martamaría cantará su dúo.

Pero mientras no ocurra tal encuentro
es un búho que mira desde dentro
de un búho que está dentro de otro búho.

El Abuelo Pepe

(Per Tacha)

Una sfinge pigmea. Si direbbe
che non stia qui: non vede, non sente, non odora.
Questa non è una Marta che sgobba,
ma una Maria della fantasia.

Sussurra. Formica cinese, tuttavia
non distingue la erre dalla elle.
E’ possibile che un giorno si ribelli
con Marta accovacciata sulla sua Maria.

Allora, faccia e croce unite per sempre,
senza queste cuciture scucite,
Martamaria canterà il suo duetto

Però se non accade tale incontro
sei un buco che guarda dentro
un buco che sta dentro un altro buco.

Nonno Pepe

trad.  Blumy

Alfonsina y el mar

 
Per la soffice sabbia lambita dal mare
la sua piccola orma non torna più
e un sentiero solitario di pena e silenzio è giunto
sino all’acqua profonda
e un sentiero solitario di pura pena è giunto
sino alla spuma

Lo sa Dio quale angoscia ti ha accompagnata
che antico dolore ha spento la tua voce
per addormentarti cullata dal canto
delle conchiglie marine
la canzone che canta nel fondo oscuro del mare
la conchiglia

Te ne vai Alfonsina con la tua solitudine
quali nuove poesie sei andata a cercare?
E una voce antica di vento e di mare
ti lacera l’anima e là sta chiamando
e tu fin là vai, come in un sogno,
Alfonsina addormentata, vestita di mare

Cinque sirene ti condurranno
per sentieri di alghe e coralli
e fosforescenti cavallucci marini faranno
una ronda al tuo lato.
E gli abitanti dell’acqua ti nuoteranno
subito al lato

Abbassa un po’ di più la luce
lascia che dorma in pace,
e se chiama non dirgli che ci sono,
digli che Alfonsina non torna,
e se chiama non dirgli mai che ci sono,
digli che me ne sono andata.

Te ne vai Alfonsina con la tua solitudine
Quali nuove poesie sei andata a cercare?
Una voce antica di vento e di mare
ti lacera l’anima e sta là chiamando
e tu vai laggiù, come in sogno
Alfonsina addormentata, vestita di mare.

Ariel Ramirez


Farfalla

 

I

Dirò: sei morta?
con una vita di ventiquattr’ore!
Troppa amarezza
in questo scherzo del creatore.
Riesco con sforzo
a pronunciare “vita”
nell’unità di data
di nascita e di consunzione
fra le mie dita:
mi confonde obbligare
una di queste grandezze
nello spazio di un giorno.

II

Perché i giorni per noi
sono nulla. Un vuoto
zero, nulla. Non puoi
appuntarteli al muro e agli occhi
renderli commestibili:
sul bianco sfondo
non possedendo corpo
sono invisibili.
Come te sono i giorni,
e quale peso poi
rimpicciolito dieci volte
può avere un giorno?

III

Dirò: tu non esisti?
Ma cosa mai allora
di simile in te sente
la mia mano? e quei colori
d’inesistenza non son frutto.
E chi ha suggerito
quelle tue tinte?
Io non avrei la forza,
io, grumo borbottante
di parole al colore estranee,
di immaginare questa
tua tavolozza.

IV

Sulle tue ali piccole
pupille e ciglia
– o belle donne e uccelli –
o ritratto volante,
dimmi, di quali volti
questi sono frammenti?
E la tua nature morte
di quali particelle,
di quali briciole è fatta:
di cose, frutti?
o magari di pesci
un disteso trofeo?

V

Forse tu sei paesaggio;
attraverso una lente
scopro un gruppo di ninfe
e una danza e una spiaggia.
E fa chiaro laggiù come qui?
oppure è cupo come
di notte? e quale astro
percorre, di’,
quella volta celeste?
Quali figure
in quel paesaggio? e, dimmi, è copia
di quale vero?

VI

Penso che tu
sia questo e quello:
di volto, oggetto, stella
tu rechi i tratti.
Quell’orafo chi fu
che cesellò di fino
senza aggrottare i sopraccigli
sulle ali quel mondo
che ci stringe, che impazzire ci fa,
quel mondo dove tu
sei l’idea della cosa
e noi la cosa stessa?

VII

Dimmi, perché quel vago
ricamo ti fu dato in dono
soltanto per un giorno
nel paese dei laghi,
le cui specchianti superfici
conservano lo spazio? A te invece
questa breve esistenza
riduce la speranza
di finir dentro una retina
di tremolare in mano, di sedurre
al momento della cattura
l’occhio del cacciatore.

VIII

Non mi risponderai,
e non per timidezza
o per ostilità
nei miei confronti
e non perché sei morta.
Viva, morta… ma
a tutte le creature del Signore
in segno di affinità
per conversare, per cantare
la voce è data in dono:
per prolungare l’attimo,
ed il minuto, il giorno.

IX

E invece tu,
tu non hai questo pegno.
A rigore però
così è meglio:
meglio che con i cieli
essere in debito.
Non affliggerti, se
la tua vita, il tuo peso
son privi di parola:
è un fardello anche il suono.
Sei più incarnale
del tempo tu, più muta.

X

Tu non arrivi a vivere
fino a provare la paura.
Più lieve della polvere
vortichi su un’aiuola,
fuori dalla prigione
dove il passato e l’avvenire
ci chiudono e ci soffocano,
e per questa ragione
quando, in cerca di cibo, intorno
vai volando sul prato
anche l’aria d’un tratto
prende una forma.

XI

Così la penna va
sopra la carta liscia
di un quaderno, e non sa
come finisce
ogni sua riga,
dove si mescolano
saggezza ed idiozia
ma si fida dei moti della mano,
nelle cui dita batte la parola
del tutto muta,
senza togliere polline dai fiori,
ma facendo più lieve il cuore.

XII

Tanta bellezza
per così breve tempo,
spinge a una congettura
che fa storcer la bocca:
dire con più chiarezza
che il mondo per davvero
creato è senza scopo, o invece,
se scopo esiste mai,
non siamo noi.
Entomologo-amico, per la luce
non ci sono spilli
né per il buio.

XIII

Ti dirò “Addio”?
e addio al giorno che si compie?
a certi uomini la tigna dell’oblio
il senno corrompe;
ma bada, è tutta
colpa del fatto
che hanno dietro le spalle
non giorni a letto in due
non sonni fondi
o sogni folli,
non il passato, ma nubi
di tue sorelle!

XIV

Sei migliore del Nulla.
O meglio: sei più prossima,
sei più visibile.
Di dentro, ad esso
del tutto simile.
Nel volo tuo
il Nulla acquista carne;
nel quotidiano strepito
ecco perché
uno sguardo tu meriti:
sei la barriera lieve
fra il Nulla e me.

Iosif Brodskij


Cartina muta

Ora lo sai anche tu
lo sappiamo
mentre stiamo per rinascere.
                     FRANCO FORTINI

Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia
dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto
del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo,
è lo stesso che una volta chiamai amore, qui
nella nebbia della Comasina.
Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei
getta in un cestino l’orario e gli occhiali,
si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa.
«Perché fai questo?»
«Perché io sono così», risponde una forma dura della voce,
un dolore che assomiglia
solamente a se stesso. «Perché io…
… né prendere né lasciare». Avvengono parole
nel sangue, occhi che urtano contro il neon
gelati, intelligenti e inconsolabili,
mani che disegnano sul vetro l’angelo custode
e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo,
l’idea reggente del nulla, la gola ancora calda.

«Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli
a molti esseri prima di diventare nostra…
…vita, proprio tu vuoi darle
un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni
si cercano in un metro d’asfalto…»

Interrompiamo l’antologia
e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente
i fatti e le parole. Questo,
questo mi è possibile. Alle tre del mattino
ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo
due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi
mi domandò di accompagnarla a casa, in via Vallazze.
Le parole si capivano e la bocca                             ..
non era più impastata. «Dove sei stata
per tutta la mia vita…» Milano torna muta
e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio
e umido che le scioglie anche il nome,
ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,
insieme diverremo quel pianto
che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi
e lo vedrò anch’io… lo vedremo,
ora lo vedremo… lo vedremo tutti… ora…
…ora che stiamo per rinascere.

Milo De Angelis