The others

Sono ancora viva? Come sono arrivata fino al bagno?  A chi appartengono le voci che sento provenire dalle altre stanze?  Chi canta?  E questo folletto bianco che morde i lembi della mia vestaglia e li tira, non so se per gioco o per attirare la mia attenzione su di sé, chi è?

Mi sveglio da un lungo cammino, da una stanchezza innaturale, come se fossi rimasta senza conoscenza per delle ore e poi fossi emersa lentamente da acque profonde, un pozzo, uno stagno.Cammino faticosamente e riconosco con difficoltà il viso che mi sta di fronte nello specchio.  I miei gesti sono meccanici , conosco questo pavimento ingombro di scarpe e ciabatte, buste, creme per il corpo, olii rilassanti.  Sto lì e l’altra mi guarda stancamente, forse vuole avvisarmi,  sento anch’io qualcuno che parla in fondo alla casa e una voce femminile che canta.   Ma l’altra è muta e scompare appena mi allontano.   Deve essere notte.   Sulla tavola c’è una tazza azzurra oblunga e i resti della buccia di una mela  tagliati a piccoli triangoli irregolari.

C’è un bicchiere con una soluzione acquosa il cui fondo contiene una polvere grigia.  Le cose mi fissano in silenzio e le sento aliene, le parole stampate si deformano, nuotano nell’aria staccandosi dalle copertine dei libri e delle riviste che gravitano su colonne instabili sparse sul pavimento come grosse stalagmiti.    E’ un’altra stanza, questa.  Mi sono spostata dal bagno alla stanza in cui qualcuno ha mangiato e bevuto e forse passa il tempo a leggere e a creare torri di libri su cui si inciampa.   Dov’è il folletto bianco che mi tirava la vestaglia ?      Non so a chi potrei domandare in che posto mi trovo e da dove vengo.  Qui non c’è nessuno.  Le voci si sono dileguate nel momento in cui ho cambiato stanza e la voce che cantava è andata via.

Quanto tempo sono qui?   Un’ora, una vita?  E qual’ è il mio nome?    Ci sono carte sul tavolo e per terra , fogli scritti.  Forse c’è anche qualche documento che potrebbe svelarmi la mia identità.

C’è una piccola luce rossa che mi fissa dal mobile di fronte e , più in alto, una verde .  E poi dischi, centinaia di dischi dentro la loro custodia.  Fiori secchi all’interno dei vasi, quadri  alle pareti.

Di fronte a me c’è il ritratto di una bambina, ma so di non esser io.  Alla mia sinistra, sul tavolo, una bottiglietta di smalto per unghie e, sulla parete, dei calendari e una fotografia in bianco e nero  con una cornice in argento annerita.  Mi avvicino, la osservo, la sfioro con dita leggere. Due bambini seduti per terra su una terrazza estiva.  Il bambino sorride e tiene il braccio sulla spalla della bambina.  La bambina ha un vestito d’organdis bianco come quelli delle bambole e un musetto arruffato da un pianto recente. Io so perché.  Conosco quella bambina.  So tutto di lei.  So della  terrazza con la ringhiera bianca e di quei giorni così lontani perduti in un tempo remoto che sembra esistere solo nella mia memoria .  Conosco anche quel bambino.   Non è qui.   Non è più  qui.     Qui ci sono solo folletti bianchi e voci che non cantano più.     E ci sono io che emergo da pozzi profondi, da gorghi di malessere, e l’altra da me è soltanto la mia immagine muta nello specchio.

Il treno

Dal treno le auto sulla provinciale sembrano giocattoli telecomandati.

Scorrono colline con casolari abbarbicati sulla cima e alberi, campagne punteggiate di pecore e ammantate di papaveri, margherite gialle, fiori di tarassaco.

C’è un piccolo rassicurante maestrale che cancella le nuvole e si porta via l’afa dei giorni passati.

Da qualche tempo mi sono riappacificata con il treno. E’ un bestione grosso di cui non ci si deve fidare, il suo aspetto pacioso è solo apparenza. Oggi ho scelto questo viaggio in treno con biglietto di andata e ritorno. Ma io amo viaggiare in macchina. La macchina è autonomia, è libertà, è correre e scegliere le strade meno trafficate e fermarsi a guardare certi alberi che custodiscono un piccolo specchio d’acqua, è lasciar entrare dai finestrini aperti il profumo e i colori dell’erba.

E’ rallentare perchè una donna vestita con il costume sardo, che non si sa da dove venga e dove vada, a qualunque ora è lì, che cammina sul margine della strada e forse è un’allucinazione o forse un fantasma.

No, non mi da’ fiducia, il treno. E’ infido, se tardo ad arrivare non mi aspetta.

Il mostro che s’incunea tra le colline ed i campi, sferragliando sulle rotaie, che sembra sbadigliare mentre compie l’azione più abietta.

Mi portò via che avevo cinque anni, un nastro rosa tra i capelli, una gonnina blu marin e una camicetta di piqué bianco su cui mia madre aveva ricamato casette e fiori. Mia madre, lì, alla stazione, con la mano sollevata a dirmi ciao. Non ricordo il suo sconcerto, non conosco il tremore che le attraversò il corpo come un pugnale mentre il treno si allontanava e mi portava via da lei.

Poi un’altra città, una mano sconosciuta che teneva la mia, ed io avevo freddo. Avevo le braccia, le gambe, il cuore scoperti.

Dieci anni più avanti il treno mi rapì ancora, mi portò in mezzo alle montagne, scavalcò il Tirreno, le Bocche di Bonifacio, l’isola de La Maddalena. Mi inchiodò ad una sdraio di fronte alle Dolomiti e, la notte, in una stanza con le finestre aperte. Anche lì avevo freddo. Anche lì niente e nessuno che mi proteggesse.

Forse mia madre è ancora in attesa di me sul marciapiede di quella stazione di una domenica mattina che è rimasta fotografata nella memoria. E’ ancora lì, trentenne e bella, con la mano che dice ciao e poi va alla bocca che si dischiude in un dolore senza risposte.

Io non riconosco la stazione a cui stamattina sono approdata dopo un breve viaggio tranquillo. Nè so il punto in cui mia madre mi aspetta ancora.

Blumy