Ti son cresciuti fiori dentro le ginocchia

da flickr

Lo sapevi, mamma,  che da vecchi le ossa fanno fiori?
Mente che non poteva mentire, un tempo lattiginoso
sospeso nel tempo, parole che annegavano nel vuoto.
Sono qui, piccola mia, dammi le mani, camminiamo
piano lungo il corridoio, il corridoio lungo.
Sono qui, sono io, mamma, vieni, ti metto il nastro tra i capelli.
Quanto pesi!, mamma, figlia, mamma.
Ti son cresciuti fiori dentro le  ginocchia ? Non sai dirlo.
Cammini con le gambe piegate, sembri trascinare
con te le mattonelle, sembra che i muri
seguano il tuo cammino lento.E anche la casa.
Ha cominciato a fare crepe quando hai cominciato tu,
improvvise,  a volerti accompagnare nel declino tuo.
Elsa! Ti voltavi, una lucina s’era accesa, un filo tremolante,
un’intermittenza vaga , una lucciola dentro la tua testa.
Mamma con le lucciole, mamma con i fiori dentro le ginocchia,
ti seguo come allora, ti accompagno nel silenzio
di un angolo nascosto, fresco di felci e ombra chiara,
dove limpido scorre un ruscello d’acqua,  e canta.

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Ho voce di vento

Louise McClary

ho voce di vento
provengo da viaggi remoti
da fughe affannose
da corse nel tempo finito

ho mani di terra
che hanno scavato
un varco notturno nel buio
di grotte nascoste

ho occhi di pioggia
di vele strappate
continenti sommersi
immensi oceani perduti

ho radici di tenebra
filamenti spezzati
che insieme tenevan le ali
il cuore le ali le ali

Erosioni

D. Brendolin

La casa dove vivesti
ha fenditure ove nidificano
le formiche della memoria
(camminano dentro la testa,
portano via, a mucchi, lentamente,
i grani di passate stagioni
e accumulano, per un inverno che è già qui).
Nelle stanze più interne,
quelle costruite nei tuoi recessi più profondi,
ci sono crepe che si allargano,
erosioni che saranno voragini,
fino a che non ci sarà che il vuoto,
un buco nero,
come per la morte di una stella.
E chi passerà dopo di te
vedrà ancora l’indifferenza
delle formiche che non ricordano,
la piccola anfora del tuo corpo
le sue minuscole incisioni indecifrabili.

Blumy

Le dita

 

 

ma le dita son buone
si poggiano
sulle ginocchia   a raggiera
ispezionano
i tratti del viso
precipitano
dentro le valli degli occhi
assecondano
i sentieri attorno alla bocca
si sollevano
verso qualcosa d’esterno

(una luce inattesa un passaggio veloce
un richiamo)
sono miti   quasi madri   quando
si piegano
a piccolo scudo sul costato

sul mio lato sinistro

a proteggere un vuoto una musica
muta e dolente
qui a sinistra dove
qualcuno ha scavato

Crisòtemi

Di pomeriggio tardi, inverno e estate, nel giardino, o qui alla fine-
stra, sotto
l’influsso della stella della sera, sollevavo la mano sinistra
a sfiorarmi le labbra, lentamente, con cura, distrattamente, torno
torno,
come per aiutare il formarsi d’una parola sconosciuta o come
dovessi
inviare a qualcuno un bacio procrastinato.
A quei tempi,
spesso, passeggiando da sola in giardino, capitava
che mi s’avvicinasse alle spalle senza far rumore la luna, e d’im-
provviso
mi tappasse con le mani gli occhi domandando: “Chi sono?”.
“Non so, non so”, rispondevo perché lo richiedesse.
Ma lei non ripeteva la domanda. Disserrava le dita. Mi voltavo.
Faccia a faccia, noi due. La sua guancia fresca
contro la mia guancia; e il suo sorriso pieno – glielo strappavo e
via di corsa;
lei mi rincorreva intorno alla fontana.
Una notte
mi sorprese sul fatto mia madre: “Con chi stai parlando?”.
“Rincorrevo il gatto per impedirgli di mangiare i pesci rossi”, ri-
sposi. “Stupida”,
disse mia madre; “non crescerai mai”. Proprio in quel mentre,
il gatto mi si strusciò davvero sui piedi. Un grande pesce rosso
si lanciò fuori dalla fontana. Il gatto l’afferrò
e si nascose tra le rose. Gridai. Lo rincorsi –
(temevo che mi mangiasse una mano della luna); mia madre mi
credette.
Avviene sempre così. Non sappiamo più come comportarci,
come parlare, a chi, e che cosa dire. Restiamo soli
con invisibili travagli, in guerre invisibili, senza vittoria né sconfitta,
con una moltitudine di invisibili nemici o, semmai, di ostilità. E
nel contempo
con una folla d’alleati – invisibili anch’essi – come la luna
del vecchio giardino, come il pesce rosso e perfino il gatto.

[…]

Jannis Ritsos