Da Edere

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Ascolta, un viale avevo
di sterminate rose
da guardare la sera,
cieli di viole
che l’edera rampava a grandi tele,
avevo corde amorose.
E guarda adesso
com’è tutto raccolto in un mirino,
che finalmente la mia strada ho perso
nel mondo delle cose
e mi sento salire rami nuovi
e il cielo ce l’ho steso sulle dita
e amo, e mi rinchiudo
tutta nella vita.

Silvia Bre

Un mio me

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Un mio me
soffre. Chi è? Chi scalcia sul fondo
di questo quieto piroscafo. Giù
nella stiva il passeggero più vivo
batte i suoi colpi.
Chi lo tiene sepolto? E che cosa vuole
questo bastardo bambino che scalcia?
Nel fondo di me, un me soffre –
la sua bandiera stropicciata
non ha nessun vento.
E’ murato. Il bambino più vivo
murato sul fondo.
Con la sua magra manina
mi stringe il cuore al mattino
un poco stringe e duole.
Che cosa prometto quest’oggi al mio
prigioniero? Con quali parole false
lo tengo zitto per un giorno intero?

Mariangela Gualtieri

Gabbiani

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Qui i gabbiani hanno fatto il nido dentro una vecchia ciminiera.

Per me non è più tempo,non ho più ali per volare

nè per raccogliere i piccoli rami del mio nido.

Mattoni consumati, com’è consumata la mia vita;

porte che cigolano e il vento,

che si porta via le foglie, gli anni e spegne i vecchi fuochi

che scaldavano i sogni.

Blumy

La strada e altre poesie

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La strada

Anni che non dovrebbero più, ore che non dovrebbero
prendermi i giorni, le settimane, i mesi. Il tempo
portato addosso, il sosia a cui chiedo di aiutarmi.

Con la sedia di mio padre gioca la bambina che non conosco.
Adesso è sua. Gioca con quelli che diventeranno i suoi ricordi.

Tutto è una distanza sola. Le fermate sono da rimettere a posto.
Sollevare dei pesi, deporli. Lo sguardo s’iscurisce nella forma
di una porta marcita dove abita una signora anziana da sola.

Il sosia ascolta mia madre non morta, parla di mio fratello
o gli scrive. Pensa al protrarsi della vita che mi sopravvive.

L’eco

Le parole sono nelle storie che mi hai fatto vedere.
Quanto non è mai visto, e quanto non si dice oggi!
Va avanti fidandosi il corpo cieco e obbligato a stare.

La tua mano non cerca i funghi.
La tua mano si è chiusa gli occhi con i cerotti.
Lo vedi? Cosa si può fare?

Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità
commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Gli ospedali non hanno corsie. Dal cimitero dei cani
vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio.
Non si addensa nulla, si disperde al telefono il mio petto.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Sei solo stanco, ripete, una voce qualunque.

Quante parole non ci sono più.
Il preciso mangiare non è la minestra.
Il mare non è l’acqua dello stare qui.
Un aiuto chiederlo è troppo.
Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole.
E non ci sono salti, mani che insieme si tengano
alla corda, sorrisi, carezze, baci. Una landa impronunciabile
è il letto nella casa di riposo dei morenti,
agitata, negli spasmi del sentire di vivere ancora.
In provincia di Udine, Codroipo, i malati ai due polmoni,
i pantaloni larghi, i visi con la pelle attaccata alle ossa,
i nasi a punta non sono la storia da raccontare, né i ricordi.
Arido sapere, arido sentire.
E io dico, accorgetevi, non abbiate solo vent’anni,
e una vita così come sempre da farmi solo del male.

Mario Benedetti

Bambini

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I

Sognai la nostra voce e un’altra voce più forte che colpiva.
Sapevo che era morta e si sforzava di esistere e lottare.
Chiamai i rumori, quelli più familiari, l’urtare di due sedie,
il tintinnio dei piatti sul vassoio e gli animali
(solo questi, da fiaba):
volpi, linci e lupi perché ci proteggessero.
Venisse un gatto almeno, senza grida,
miracolosamente non umano.

La casa era perfetta, gialla, pulita dentro il sole
con lampadari a gocce e in ogni goccia si specchiava il nostro lavoro di bambini: scuotere dalla tovaglia la paura insieme alle briciole del pane, fare un orlo al dolore, posarlo sul mucchio dei panni da stirare.

Solo così, credo, imparammo ad amare ciò che appare,
gli oggetti senza colpa, un parafango, il fango stesso
se preso da una mite angolatura verso il sole
e il mondo senza sangue dei balconi con le piante annaffiate.

Contro il tempo trovammo l’arte dello spazio
la precisione che permette alla mente di affondare.

II

Sogno me stessa
nell’unico gioco infantile che ricordi:
costruire un mondo sotto l’anta di un mobile
il pavimento è il mare, il tappeto a rombi
il metro di un ordine olandese
il cui ritmo libera i bambini dal terrore.

Ogni mio sogno ricomincia cautamente
in una vita che scorre parallela:
strada, canale, metà tende sui vetri per la luce.
Non c’è tempesta, ogni suono si spegne
mentre ci fa da madre
un muro giallo-ocra.

III

è sola dietro gli occhiali
confusa come l’ape che schiacciava in fretta contro i vetri.
Ancora adesso l’oro di quel corpo si fonde alla memoria
di altri corpi colpiti, allo spavento che virava
da quei vetri alla stanza e la riempiva.

Spazio dell’invecchiare

I

Solo la nudità alla fine ci raggiunge
esatta come la luna crescente nei capelli.
Esiste una gioia nella reticenza
e un riparo perfino in questo spazio
che ha un inizio e una fine.
Non voglio scrivere un’elegia della vecchiaia
solo dire che spingere le braccia dentro il freddo
è una prova che ha senso
non diverso dal trovare il verbo in una frase.

Senti come guadagni la via del corridoio.
Non è scontato il passo col respiro.
Conta i mattoni pensando ai ciottoli di fiume
all’acqua che ti fasciava il piede
ricorda quanta tenacia c’è voluta a decifrare
le mappe dentro alle parole.

Ancora ti svegli con un brandello di futuro (forse, forse
dice la trave nella luce mattutina)
ancora pensi a una scaglia di amore (forse, forse
dice vagando per la stanza la luce mattutina)
Ancora hai la forza di pensare tutto questo
e il silenzio ti cura, la solitudine splende
con gli avanzi del cibo su cui si posa il cielo.

Antonella Anedda (poesie inedite)